sabato 16 gennaio 2021

I 7 VIZI CAPITALI

 

- superbia
- gola
- lussuria
- avarizia
- ira
- invidia
- accidia


Superbia


In italiano
superbo vuol dire letteralmente essere sopra, composto da super e dalla parola bo, quest’ultima di non facile derivazione etimologica che può rimandare sia al verbo greco baino, che vuol dire camminare, sia alla radice ebraica bo che vuol dire venire, sia al sanscrito bhu, che vuol dire essere e sia infine al verbo greco phaino che vuol dire apparire, potendo la ph trasformarsi facilmente in b come in befana, termine che proviene da epifania.

Se super-bo è chi si crede e si pone sopra l’altro, il contrario è pro-bo, che gli si pone di fronte e a suo favore. Superbia è l’insieme di desideri, pensieri, parole, progetti e azioni che si pongono in atto per affermare la propria volontà di superiorità.


Per esprimere il peccato o vizio della superbia il Nuovo Testamento ricorre soprattutto al termine
hyperēphanía (Mar. 7:22; Luca 1:51; Rom. 1:30; 2Tim. 3:2; Giac. 4:6: 1Piet. 5:5) che etimologicamente vuol dire «mostrarsi» o «apparire più e sopra», a volto tradotto anche con arroganza.

Ad esso la Bibbia contrappone il termine tapeinos, da cui l’italiano tapino, che allude a chi è infelice, povero, tribolato, misero e impotente (il cui significato è rimasto nella nostra lingua) su cui veglia lo sguardo di Dio (quest’ultimo significato scomparso però nella nostra lingua). Nella sua lettera Giacomo afferma che lo Spirito di Dio «resiste ai superbi (hyperēphánois), agli umili (tapeinois) invece dà la sua grazia» (Giac. 4:6). Il termine utilizzato da Pietro (Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili) per dire che Dio «resiste ai superbi» è antitássetai la cui radice verbale vuol dire «mettere» o «disporre le cose in ordine». Chi si costituisce al di sopra degli altri viola l’ordine divino della grazia, dove ciò che si è e ciò che si ha, lo si è e lo si ha per grazia, non perché conquistato ma perché donato.

È proprio qui che la Bibbia individuare la radice della superbia: nel sovvertimento dell’ordine della grazia. L'uomo nega la sua origine e si sostituisce a Dio, prendendone il posto. In questa radice la Bibbia ravvisa l’essenza stessa del peccato, di cui parla il terzo capitolo della Genesi.

Nel giardino dell’eden all’uomo è dato di fruire di tutti i frutti degli alberi: gli è dato, cioè donato. Di un unico albero non può mangiare, quello al centro del giardino. Toccare e mangiare di quest’albero è morire. La superbia, per la Bibbia, è l’autocostituirsi dell’uomo come padrone che su tutto e tutti, cose e persone, imprime il suo marchio di dominio e di possesso. Ma negando la relazione di grazia, dal quale è originato e amato, l’uomo precipita in una esistenza che non gli è più congeniale, come mostra il seguito del racconto biblico della Genesi in cui la donna acconsente alla «voce del serpente»: «Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture».

Negarsi alla grazia di Dio, non è entrare nella felicità, come si illudeva la donna al cui sguardo l’albero era apparso «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza», ma perderla, come vogliono le immagini dell’apertura degli occhi, della nudità e del tentativo di occultarla con le foglie.

Il superbo si appropria della conoscenza del bene e del male, pretendendosi lui stesso giudice come Dio. È quanto constata Dio stesso dopo la disobbedienza dell'uomo: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male» (Gen. 3:22). Il superbo, per la Bibbia, è colui che prende il posto di Dio mettendosi sopra a tutto e sopra a tutti e, in questo senso, facendosi veramente «come Dio». La superbia, non è la negazione di Dio, ma ne è l’appropriazione, cosa paradossale per cui ne è la contraffazione e la parodia.

Mentre Dio è sopra a tutto e sopra a tutti per promuoverne il bene, non curandosi del proprio, il superbo si costituisce sopra a tutto e sopra a tutti, non per il loro bene ma per curare il proprio bene. L’essenza della superbia è in questa trasmutazione del bene che, da bene che l’io deve all’altro, si perverte in bene che l’altro deve all’io. Questo cancella la realtà stessa del bene e il mondo, creato per il bene, si degrada in giungla di interessi ed egoismi da difendere con la forza.

Per questo la superbia è il primo dei vizi e coincide con l’essenza stessa del peccato e di ogni peccato. È il peggiore dei peccati, perché per sua natura rappresenta un’avversione nei confronti di Dio e dei suoi comandamenti. La superbia è la fonte di tutti gli altri peccati, perché è il primo per intenzione.

La superbia con il tempo si trasforma in stile di vita e di comportamento. Stile di vita e di comportamento che si esprimono in una molteplicità di modi che vanno dall’orgoglio alla vanagloria, dall’autosufficienza al disprezzo, dal narcisismo all’autoindulgenza, dall’ambizione al vanto, dall’autogiustificazione all’irresponsabilità, all’insofferenza, all’aggressione, alla cattiveria e al vittimismo; si nasconde in una pluralità di forme che vanno dal carrierismo, alla ricerca del potere, alla cura del proprio corpo, all'apparente altruismo o false opere di beneficenza e può anche tradursi in ideologie, fanatismo, razzismo, ecc.

Se il peccato è dentro, quali indicazioni umane possono aiutare a prenderne coscienza? Si può partire da una riflessione-analisi su casi «incarnati»:

  • chi si offende facilmente e stenta a perdonare;
    - chi si compiace di essere sempre al centro dell’attenzione, ammirato, lodato, coccolato;
    - chi soffre e si irrita se viene rimproverato o biasimato;
    - chi non pensa ad altro che a far bella figura, a comparire, ad emergere;
    - chi vede tutto bello in sé e tutto brutto negli altri;
    - chi vuole avere sempre ragione e nelle discussioni non cede mai;
    - chi parla volentieri e spesso di sé, e il pronome “io” appare sempre nel proprio parlare;
    - chi pretende di dar consigli a tutti, senza accettarne da nessuno...

- ci si vanta delle proprie buone qualità come se fosse merito proprio, dimenticando ciò che afferma la parola di Dio: «Ogni dono perfetto viene dall’alto, discendendo dal Padre dei lumi» (Giac. 1:17), mentre di veramente «proprio» c’è solo il peccato;

- ci si gloria dei pregi che si hanno, come se non fossero talenti donati da Dio;
- si guardano gli altri con forme di un certo disprezzo che denota la propria superiorità.

  • Il messaggio cristiano taglia alla radice la pianta viziosa della superbia, e la orienta nella giusta direzione: «Ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso» (Fil. 2:3). Riconoscere la grandezza di sé è inseparabile dal riconoscere la grandezza dell’altro; la stima di sé è inseparabile dalla stima dell’altro.

Una sconfitta, un’umiliazione prima o poi arriva a smascherare l’eccessiva presunzione di sé.

Quali rimedi offrire a una tentazione sempre presente?


- Innanzitutto una vita di preghiera.


Gola

Il cibo è essenziale per la vita dell'uomo. Per questo tutte le religioni, da quelle più primitive a quelle più complesse e strutturate, da sempre hanno istituito un legame profondo tra il divino e le fonti di sussistenza dalle quali dipende la sopravvivenza delle persone.


Il cibo non è solo sopravvivenza, ma è anche piacere e benessere. Dio ha chiamato Abramo e ha liberato Israele dall’Egitto per fargli dono di una terra «
dove scorrono latte e miele» e dove Israele può abitarvi solo con la coscienza di restarvi sempre come ospite ospitato da Dio che ne è il proprietario (Lev. 25:23). Questo legame tra Dio e il cibo è ugualmente importante nella tradizione cristiana se solo si pensa che nella preghiera che Gesù ci ha lasciato, il Padre Nostro, una delle richieste che rivolgiamo a Dio è «dacci oggi il nostro pane quotidiano».

Il cibo è dono di Dio all’uomo, e il «pane» e «vino» della celebrazione eucaristica ci dice che l’uomo ha bisogno, oltre che del pane e del vino, di altre cose, perché il pane e il vino sono rappresentativi anche di qualcos'altro.

L’immagine del «banchetto sacro», comune a molte religioni, secondo la quale mangiare alla presenza di Dio allude a qualcosa di straordinario, essa dice che il mangiare è anche una relazione di amore.

Qui risiede la differenza abissale tra il mangiare da soli, in compagnia solo di se stesso, e il mangiare da invitati, dove si alla presenza di altri. Dire che il mangiare è atto sacro, è lungi dall’essere affermazione ingenua o irrazionale.

Il rapporto deformato con il cibo si ha quando viene a mancare la coscienza di tutto questo. Il peccato o vizio della gola è quando il cibo, da fonte di piacere diventa fonte di malessere o perché si mangia troppo o perché si mangia poco o perché si mangia male. Per questo, tutte le culture hanno fissato delle modalità (come mangiare e con chi mangiare), i tempi (quando mangiare) e i ritmi (quante volte mangiare).

Il peccato di gola, la Bibbia lo pone sotto il nome di «dissolutezza», che è il contrario dell'autocontrollo e del dominio, viene a mancare la giusta misura che consiste nel non oltrepassare il limite, e la mancanza di temperanza, con cui, al momento opportuno si sa decidere, come vuole la radice del termine (da temnein, tagliare), dicendo basta.

Ma questo non basta. Il giusto rapporto dell’uomo con il cibo esige altro: la riconoscenza, cioè la consapevolezza che Dio si prende cura dei nostri bisogni, e la giustizia, con cui per amore si condivide ciò che si ha con chi non l’ha.



Lussuria


Il Fedro di Platone dice che l’eros è lacerazione dell’anima.

Aristofane nel Simposio dice che l’eros è forza che «ci riporta all’antica natura e cerca di fare di due uno (en ek dyoin) e di risanare l’umana natura» per cui «ciascuno di noi è come una contromarca di uomo (symbolon), diviso com’è da uno in due (ex enos dyo), come le sogliole» (Simposio 191 D)?

Dopo aver creato l’uomo e averlo collocato nel giardino dell’eden, Dio si disse e gli disse: «Non è bene che l’uomo sia solo. Gli voglio creare un aiuto che gli sia simile» (Gen. 2:18). La traduzione più fedele al testo originale suona: «Non è cosa buona essere l’uomo solo per se stesso. Gli farò un aiuto che sia il suo «di fronte». La ragione per la quale, secondo il testo biblico, Dio crea la donna non è, come nel mito platonico, di ricomporre l’unità originaria ma anzi di introdurvi una rottura all’unità originaria (solitudine), la relazione tra l’io e il tu. La donna, per il testo biblico è colei che viene messa di fronte all'uomo e gli impedisce di chiudersi in se stesso e restare incatenato al suo io.

Lungi dall’essere ricomposizione dell’unità perduta, l’eros, per la bibbia, è il suo superamento. È l’evento dove all’uomo è dato di uscire da se stesso grazie all’alterità femminile e dove tra i due si istituisce una relazione, e una relazione aperta che si apre al terzo - il figlio, e così si sviluppa nella fecondità, nella bontà, nella gratuità, nell’essere per l’altro e non più per se stesso.

Se l’eros è relazione, e relazione sempre aperta, che non si chiude mai su se stessa, ciò che, per la bibbia, lo deforma e lo trasforma in lussuria, è la negazione di questa relazione e della sua apertura al terzo. Parlando dell’eros come apertura al terzo, non ci si riferisce alla dimensione biologica – puro materialismo – ma alla capacità di uscire fuori dal proprio io di andare oltre la propria identità: è la paternità.

Coloro che non hanno figli non vi debbono in alcun modo vedere un disprezzo. Si può avere nei confronti degli altri un atteggiamento paterno. Considerare altri come proprio figlio.

La lussuria, per la quale la bibbia ricorre a termini quali porneia o dissolutezza, è una contraffazione dell'eros: l’eros ridotto alla sola genitalità o piacere; l’eros degradato alla nuda sfera biologica; l’eros trasformato in merce di scambio; l’eros strumentalizzato per la pubblicità e vendita di prodotti commerciali; l’eros venduto, umiliato sulle strade della prostituzione, ecc..

La lussuria crede che il sesso sia la via per la felicità. Questo conduce a una personalità degradata. Ciò è evidente fin dai primi racconti biblici; dal tempo del diluvio essa è un fenomeno tipico della degradazione umana (Genesi 6; Gen. 18 Sodoma e Gomorra.

La fede cristiana vuole salvare l’essere umano dalle trappole della falsa gioia, e della fatua felicità per indirizzarlo là dove veramente la gioia può essere trovata. Scopo ultimo della vita umana dare gloria a Dio. Ma spesso il sesso diventa un sostituto di Dio. Per vincere la lussuria, bisogna convertire la propria attenzione orientandola verso Dio.



Avarizia


Il denaro è il bene più desiderato perché è la condizione per l’acquisto e il godimento di ogni altro bene. Il denaro è al centro dell’interesse delle famiglie e delle società e del mondo. Per questo è intorno ad esso che ruotano le istituzioni politiche, ed è per il suo raggiungimento che si commettono ingiustizie e violenze. Consapevole del potere negativo del denaro, Gesù, nel vangelo, dice: «Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6:24,25).

Non è una condanna della ricchezza in quanto tale. Infatti, nel VT la ricchezza era considerata una benedizione e segno di protezione divina, come testimonia la storia dei patriarchi: Abramo «era molto ricco in bestiame, argento e oro (Gen. 13:2), Isacco «crebbe tanto in ricchezze fino a diventare ricchissimo» (Gen. 26:13) e Giacobbe «si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiavi e schiave, cammelli e asini» (Gen. 30:43).

Il Nuovo Testamento, invece, mette in luce la ragione che trasforma la ricchezza da benedizione in maledizione: la volontà di possesso e di appropriazione che ne cancella l'aspetto di dono di Dio all’uomo e di dono dell’uomo all’altro uomo. L’avarizia, per la bibbia, è amore per la ricchezza in quanto tale, voluta e accumulata, e cancellata come dono proveniente da Dio e destinata al soccorso del prossimo.

I termini biblici per avarizia sono pleonexia (Mar. 7:22; Rom. 1:29; 2Cor. 9:5), il volere avere (ekein) di più e sempre di più (pleon), e philargyria (1Tim. 6:10; cfr. Luca 16:14; 2Tim. 3:2) che letteralmente vuol dire amore (philia) per il denaro (argyria). Per Paolo, l’avarizia è quel male dal quale derivano tutti gli altri mali: «radice di tutti i mali è l’amore al denaro (riza gar panteon ton kakon estin e philargyria): per tale sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tim. 6:10).

Al popolo che sta per entrare nella terra promessa, Dio ordina: «Mangerai a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato» (Deut. 8:10). Su questo imperativo, la tradizione ebraica ha istituito la sua prassi della benedizione, cioè non si deve prendere possesso e godere delle cose se prima non si pronuncia la preghiera di benedizione.

Con la benedizione, l’uomo biblico riconosce che ciò di cui si nutre non è suo ma di Dio e, se di Dio, non può appropriarsene e rivendicare il diritto di proprietà. Ciò che, per la bibbia, fa dell’avarizia una patologia e la traSforma in peccato e vizio, è la negazione della gratuità, e la ragione per cui Paolo la ritiene la radice di tutti i mali, è perché, negando la gratuità, nega la fiducia in Dio. Scrive l’apostolo: «per tale sfrenato desiderio [della philargyria o avarizia] alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tim. 6:10). L’avarizia è tradimento della fiducia nella bontà del Padre celeste che, se «veste l’erba del campo» (cfr Mat. 6:31) e «nutre gli uccelli del cielo» (cfr Mat. 6:26), tanto più si preoccupa e provvede ai suoi figli (Mat. 6:30ss).

Gli avari si autoprocurano molti tormenti, letteralmente «trafiggono se stessi con molti dolori», perché si escludono dalla logica della bontà verso il prossimo. Il ricco Epulone, «vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava» (Luca 16:19) incurante del «povero Lazzaro coperto di piaghe e bramoso di sfamarsi», Gesù dice che «morì» e andò «all’inferno tra i tormenti» (Luca 16:23). Il tormento dell’inferno al quale è condannato il ricco della parabola è il tormento dell’avaro che, nella sua avarizia, è sommerso dal grido di rimprovero dei poveri lazzari ai quali quella ricchezza sarebbe dovuta essere in parte destinata.


Ira

L'ira travolge e acceca la ragione.

Per la tragedia greca la ragione dell’«ira» non va ricercata nell’uomo, ma nel volere degli dèi che, suscitandola, realizzano i loro disegni. Il primo verso del poema omerico dell’Iliade ha come soggetto l'ira: «Cantami, o diva, del Pelide Achille/l’ira funesta») attribuita al volere di Giove («così di Giove/l’alto consiglio s’adempia»).

Per il filosofo Aristotele, invece, l’ira è un eccesso di reazione al comportamento altrui.

Per la bibbia l’ira è un atto della libera volontà umana. L’ira, ha come estrema conseguenza l’omicidio. Il primo omicidio della storia è la messa in scena dell’ira di Caino:

«Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: ‘Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto’?» (Gen. 4:3-7). 

Caino è convinto di subire da Dio un torto perché egli «gradì Abele e la sua offerta ma non Caino e la sua offerta»: linguaggio il cui significato è di mettere in luce che la logica con cui Dio si rapporta all’uomo è la logica delle motivazioni del cuore e non di preferenze personali, e in seguito a questo equivoco egli è preda dell’ira che lo sconvolge.

Il testo biblico («ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto») alla lettera dice che «per Caino l’aria che usciva dal suo naso diventò fuoco e il suo volto cadde per terra» (nel greco dei LXX: synepesen, da synpipto, precipitare, collassare), come cade un vaso frantumandosi. L’ira deforma Caino, ne distrugge l’identità e, da custode di Abele, lo trasforma in omicida del fratello.

Se per la filosofia greca l’ira è l’espressione dell’uomo incapace di controllare le sue pulsioni, per la sapienza biblica, l'ira è sintomo del rapporto deformato che l’uomo ha nei confronti di Dio e del prossimo dove Dio si rispecchia come appello alla bontà e alla responsabilità.

L’ira – in tutte le sue forme, dalla parola sprezzante al gesto omicida – è traccia di deformazione. Volontà di distruggere l’altro, l’ira è negazione della responsabilità. Il contrario dell'ira, la mitezza, è fare spazio all’altro. Nelle beatitudini («beati i poveri», «beati gli affamati», «beati quelli che piangono», «beati i perseguitati», «beati i miti»), Gesù propone, a chi lo segue, di spezzare la catena dell’odio e della violenza.


Invidia

Nel suo viaggio Dante incontra nel purgatorio un’anima addolorata che gli parla della malvagità degli abitanti della valle dell’Arno, una «maledetta e sventurata fossa» divorata da livori e odi. Alla domanda di svelargli il nome, l’anima si presenta:

Però sappi ch’io son Guido del Duca.
Fu il sangue mio d’invidia sì riarso,
Che, se veduto avessi uomo farsi lieto,
Visto m’avresti di livore sparso

(Canto XIV, 81-84).

L’invidia è come una fiamma o fuoco divorante («fu il sangue mio d’invidia sì riarso») che rende insopportabile perfino la visione della gioia dell’amico.

L'invidia, etimologicamente rimanda all’etimo latino in-videre, che vuol dire rivolgere lo sguardo verso l’altro, dove verso non è l’essergli pro ma contro.

L’invidia rende ostili invece che solidali, perché guarda i beni materiali dell'altro. Per questo l’uomo non dovrebbe volgere il suo sguardo verso (in-videre!) i beni materiali, bensì verso quel bene superiore che è Dio, il quale, a differenza dei beni materiali, non diminuisce se a goderne sono in tanti.

Per la bibbia i beni materiali, creati buoni, come vuole con insistenza il primo capitolo della Genesi, non sono in concorrenza con Dio che è il bene supremo. Ma il bene di cui parla la bibbia, non è il bene come oggetto da desiderare, ma il bene come bontà e sollecitudine per l’uomo.

Giacomo 4:1,2 Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!...

Per la bibbia, i beni sono dono di Dio e, se dono, più che da desiderare, sono da accogliere con gratitudine, con il grazie, e da condividere, nella responsabilità.

L'invidia nega la sovranità della bontà del Padre celeste, è negazione della fiducia in Dio. È atto idolatrico con cui l’io si sostituisce a Dio e dicendo implicitamente: «a prendersi cura di me non sei tu ma sono io, le cose non sono un tuo dono ma sono mie, non è giusto che gli altri godano di ciò di cui non godo io, non sopporto chi ha più di me e io lo odio».

Idolatria è rottura della relazione dell’uomo con Dio.

Per la bibbia il mondo è per l’uomo solo a condizione che sia accettato come dono di Dio. In caso contrario il mondo diventa ostile. «L’amicizia del mondo è nemica di Dio», e «chi vuole essere amico del mondo si fa nemico di Dio»: così dice Giacomo.

L’invidia – il guardare ai beni altrui non scorgendo in essi la bontà di Dio che li dona e chiama a ridonarli – infrange la relazione tra Dio e il mondo ponendoli in contraddizione, infrange la relazione degli uomini tra di loro.

L’invidia, per la bibbia è traccia di questa triplice frattura tra Dio, il mondo e l’uomo, e questa è la ragione per cui deve essere combattuta con tutte le proprie forze.



Accidia

Accidia è la traslitterazione del termine greco a-kedia che etimologicamente vuol dire noncuranza, trascuranza, incuria, ma anche tedio, noia, tristezza, depressione, angoscia, vuoto, ecc.. Termine sconosciuto alla Bibbia, ma che fece molto discutere i primi padrio della chiesa.

L’accidia, per la bibbia, è l’indifferenza verso l'altro. La parola che viene usata è philautoi «amanti del proprio io» (2Tim. 3:2, egoisti).

Quando un popolo è indifferente, allora sorgono le dittature e l’umanità diventa un solo gregge, una folla senza volto; allora il bene è uguale al male, il sacro uguale al profano.









venerdì 25 dicembre 2020

GESU' È NATO IL 25 DICEMBRE A MEZZANOTTE

Gesù è nato il 25 dicembre a mezzanotte

1. PREMESSA

Il Natale, la festa più amata da ogni cristiano, non è però la più importante all’interno del cristianesimo. Se, infatti, Gesù fosse nato ma non fosse risorto, resterebbe soltanto uno dei tanti grandi saggi che hanno popolato la storia dell’umanità. Al contrario, Gesù è stato l’unico uomo che ha vinto l’insormontabile problema dell’uomo: la morte. Per questo la celebrazione cristiana più importante è la Pasqua, giorno della sua resurrezione, la cui data è fissata storicamente ed è astronomicamente certa: l’alba della domenica 9 aprile dell’anno 30 d.C., così come la data della sua morte: circa alle 15 pomeridiane del venerdì 7 aprile del medesimo anno 30.

Il Natale per il cristiano non è tanto il ricordo di una data, quanto la celebrazione di un evento biblico e salvifico, infatti negli stessi Vangeli non c’è nessun riferimento alla data di nascita di Gesù. Anche nel calendario cristiano il dies natalis in cui si commemora un determinato santo è il giorno della morte, non della nascita.

Soltanto nel II e III secolo i cristiani cominciarono a prendere in considerazione anche la data di nascita di Gesù, anche se con una certa diffidenza.

2. IL 25 DICEMBRE HA UN’ORIGINE PAGANA?

La vulgata corrente ritiene che il 25 dicembre sia una data convenzionale, scelta appositamente dalla chiesa primitiva per sostituire la festa pagana del Sol invictus.

Alcuni utilizzano questa argomentazione per sostenere che il cristianesimo si sarebbe imposto con la forza sul paganesimo. C'è chi, addirittura, nel mondo ebraico, si appoggia a tale tesi per affermare l’inesistenza storica di Gesù Cristo, inventato da qualcuno che avrebbe copiato le sue gesta dalla divinità pagana Mitra, la cui festa si ritiene fosse celebrata il 25 dicembre. In realtà le prime notizie sulla storia di Mitra sono certamente posteriori ai Vangeli.

Molti sostengono che il Natale cristiano si basi sulla festa del “Sol Invictus”, mentre altri sulle feste “Saturnali” dedicate all’insediamento nel tempio del dio Saturno. In realtà queste non sono mai state celebrate il 25 dicembre, ma si svolgevano dal 17 al 23 dicembre e non avrebbe avuto alcun senso far cadere il Natale cristiano dopo due giorni dal termine delle celebrazioni.

Nel 275 d.C., l’imperatore romano Aureliano eresse un tempio a Roma, istituendo un collegio sacerdotale e fissando la data del dies natalis del Sol invictus al 25 dicembre. Tale festa avveniva tra il 22 e il 24 dicembre. Occorre precisare che nessuna fonte storica contemporanea ad Aureliano, o a lui precedente, testimonia una festa del sole il 25 dicembre. La prima attestazione in questo senso risale alla Cronografia del 354 (detta anche Calendario filocaliano), un composito testo cristiano redatto a Roma.

Non c’è dunque certezza su chi abbia per primo usato la data del 25 dicembre come festa propria: sono stati i cristiani a far calare la nascita di Cristo sulla festa del Sole Invitto, sono stati i pagani a tentare di contenere l’esplosione della nuova religione nell’impero romano, oppure le due date sono state scelte in modo indipendente?

Sostenitori della tesi “pagana”. Secondo diversi studiosi, sarebbero stati i cristiani ad “arrivare dopo”: avrebbero identificato la nascita di Gesù il 25 dicembre per “cristianizzare” la festa pagana. Questa ipotesi è stata avanzata per la prima volta verso la fine del XII secolo dal vescovo siriano Jacob Bar-Salibi, il quale sostenne che la festa di Natale fu spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre in modo da cadere sulla stessa data della festa pagana:

«era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno.». (J. Bar-Salibi da Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Ramsay MacMullen. Yale, 1997, p. 155).

Tuttavia tale spiegazione è decisamente in contrasto con il fatto che i primi cristiani erano perseguitati proprio perché non partecipavano alle feste e alle celebrazioni pagane (dato che adoravano un Dio invisibile, furono definiti “atei” dai pagani). In ogni caso l’idea è stata ripresa da studiosi del tardo XVII secolo, sopratutto da puritani inglesi e presbiteriani scozzesi e da Paul Ernst Jablonski, un tedesco protestante con l’intenzione di dimostrare che la celebrazione della nascita di Cristo il 25 dicembre è stata una delle tante “paganizzazioni” del cristianesimo che la Chiesa del IV secolo ha abbracciato.

Altri sostengono che fu l’Imperatore Costantino - cultore del Dio Sole prima di abbracciare la fede cristiana - a trasformare nel 330 d.C. la festa pagana del Deus Sol Invictus del 25 dicembre in festa cristiana.

Obiezioni e sostenitori della tesi “cristiana”. La pensano diversamente altri studiosi. La prima citazione della celebrazione del Natale cristiano al 25 dicembre proviene da Ippolito di Roma (martirizzato nel 235 d.C.), quando nel suo Commentario su Daniele risalente al 203 d.C., scrive: «La prima venuta di nostro Signore, che nella carne, nella quale egli nacque a Betlemme, ebbe luogo otto giorni prima delle calende di gennaio», vale a dire otto giorni prima del 1° gennaio, cioè il 25 dicembre.

Dunque, l’uso di tale data da parte dei cristiani sarebbe accertata molti anni prima di Costantino. Lo studioso Michele Loconsole, ha affermato anche che la Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte (cfr. M. Loconsole, La festa del Natale precede quella pagana del dio sole).

Steven Hijmans, docente di arte romana e archeologia presso l’University of Alberta, ha sostenuto che «rappresentare la religione pagana come una potenziale minaccia al cristianesimo, non è supportata da alcuna prova evidente. L’affermazione che il 25 dicembre era un festa particolarmente popolare per il Sol Invictus nella tarda antichità è altrettanto infondata [...]. non vi è alcuna prova che Aureliano istituì una celebrazione del Sol Invictus in quel giorno. Non vi è alcuna prova che una celebrazione religiosa del Sol Invictus in quel giorno abbia preceduto la celebrazione del Natale». Nel suo studio egli mette fortemente in dubbio la tesi che il Natale sia stato istituito il 25 dicembre per contrastare una popolare festa pagana.

Si sottolinea inoltre che prima del 354 d.C, ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva celebrato il 19 dicembre, e non il 25. Si aggiunge poi che questa antica festa astronomica veniva celebrata anche in diverse altre date dell’anno, tra cui spesso veniva scelto il periodo compreso tra il 19 e il 22 ottobre. Quella del 25 dicembre si sarebbe imposta soltanto dopo la metà del IV secolo d.C. (cfr. M. R. Salzman, New Evidence for the Dating of the Calendar at Santa Maria Maggiore in Rome, Transactions of the American Philological Association 1981, pp. 215-227, a p. 221, citata da M. Loconsole, “La festa del Natale precede quella pagana del dio sole”).

Secondo Thomas Talley, l’imperatore Aureliano avrebbe inaugurato la festa del Sol Invictus cercando di dare nuova vita – una rinascita – ad un morente Impero Romano. È molto più probabile, egli sostiene, che l’azione dell’imperatore sia stata una risposta alla crescente popolarità e alla forza della religione cattolica, che celebrava la nascita di Cristo il 25 dicembre, e non il contrario (T. Talley, The Origins of the Liturgical Year, Collegeville, MN: Liturgical Press, 1991, pag. 88-91). Aureliano, lo ricordiamo, fu effettivamente un forte persecutore dei cristiani.

Inoltre diversi autori cristiani contemporanei ai fatti, come Ambrogio (c. 339-397) hanno avanzato un collegamento tra il solstizio d’inverno e la nascita di Gesù, descrivendo Cristo come il vero sole che ha eclissato gli dèi caduti del vecchio ordine, ma mai alludendo a una “operazione politica” della Chiesa, piuttosto osservando la coincidenza come un segno provvidenziale. Si fa anche presente che a Petovio (l’attuale Ptuj, in Slovenia), è stata recuperata la testimonianza di Vittorino che verso la fine del III secolo afferma: «Abbiamo trovato, tra le carte di Alessandro, che fu Vescovo a Gerusalemme, ciò che egli trascrisse di suo pugno da documenti apostolici: l’ottavo giorno dalle calende di gennaio [ossia il 25 dicembre] è nato Nostro Signore Gesù Cristo, sotto il consolato di Sulpicio e Camerino […]» Alessandro morì nel 251 d.C.

Occorre anche ricordare che fino a quando non è stato pubblicato l’Editto di Milano (313 d.C.), i cristiani erano fortemente perseguitati e si rifugiavano frequentemente nelle catacombe. Quindi, anche se avessero festeggiato il Natale al 25 dicembre non lo avrebbero certo fatto in modo pubblico, inoltre fin da subito hanno rivendicato una propria identità in opposizione al loro ambiente culturale, soprattutto in relazione ad altre religioni. Esisterebbero infatti inni e preghiere dei primi cristiani che mostrano il festeggiamento del Natale prima dell’Editto di Costantino (Daniel-Rops, Prières des Premiers Chrétiens, Paris: Fayard, 1952, pp 125-127, 228-229, citato in M.T. Horvat, Christmas Was Never a Pagan Holiday).

Pertanto, la festa pagana della “Nascita del Sole Invitto”, istituita dall’imperatore romano Aureliano il 25 dicembre 274, fu certamente un tentativo di creare una valida alternativa pagana a una data che era già di una certa importanza per i cristiani.

Ma anche ammessa e non concessa la validità della “tesi pagana”, ciò non dovrebbe imbarazzare i cristiani. In qualunque incontro tra culture diverse, ci sono sempre fenomeni di assimilazione e sostituzione: in questo caso il cristianesimo ne avrebbe colto il significato simbolico e lo avrebbe trasferito a Cristo, così come ha valorizzato diversi elementi della cultura greco romana, basti pensare al termine logos. L’inculturazione della fede è un fenomeno normale, comune e legittimo della vita della Chiesa, si tratta della trasformazione, dell’integrazione e del potenziamento dei valori che si incontrano nelle civiltà in cui si innesta il cristianesimo. Esse non vengono cancellate, ma valorizzate attraverso una spiritualità nuova. È avvenuta la stessa cosa con il popolo d'Israele, le cui principali feste erano feste agricole celebrate anche dai popoli pagani. L’importante, teologicamente parlando, è che l'inculturazione non produca l’abbandono dei dogmi cristiani o l’introduzione di credenze pagane, producendo una nuova religione sincretistica, ma questo ovviamente non è il caso della natalità di Cristo, la cui vicenda rimane unica, irripetibile.

3. IL 25 DICEMBRE HA UN’ORIGINE CRISTIANA-SIMBOLICA?

Diversi studiosi hanno avanzato la tesi che la data del 25 dicembre sia stata scelta usando criteri indipendenti e non legati alle feste pagane, anche se sovrapponibili.

Ipotesi del calcolo. Essa, si basa sulla tradizione dei patriarchi ebrei che vuole che siano morti nella data del loro compleanno (calcolando con un numero intero di anni, dato che le frazioni di anni erano ritenute imperfezioni): essendo il Cristo un essere perfetto, anche per lui la data del giorno in cui fu concepito doveva essere la stessa data della sua morte. Nel 207 d.C. Tertulliano ha identificato come data di morte del Cristo il 25 marzo, l'ottavo giorno alle calende d’Aprile (cfr. Tertulliano, Contro i Giudei 8,18), una scelta certamente simbolica, legata all’equinozio di primavera del calendario romano (il giorno perfetto, dove la notte ed il giorno si equilibrano) e alla ipotetica creazione del mondo secondo la tradizione ebraica (come anche del sacrificio di Abramo e del passaggio del Mar Rosso). Assumendo tale data, anche il concepimento del Cristo (l’annuncio a Maria) sarebbe avvenuto il 25 marzo e dunque la nascita nove mesi dopo, al 25 dicembre.

S. Agostino è testimone della tradizione secondo cui Cristo fu concepito e morì il 25 marzo: «Octavo enim Kalendas apriles conceptus creditur quo et passus» (De Trinitate IV, 5 ; cfr. De diversis quaestionibus, 56) e la stessa cosa affermò nel 221 d.C. Sesto Giulio Africano, il quale nel suo Chronographiai, pose al 25 marzo sia la data della passione di Cristo che quella dell’annuncio a Maria (concepimento di Gesù). Abbiamo poi già citato Ippolito di Roma, il quale nel 203 d.C. certifica la festa del Natale cristiano al 25 dicembre, e la testimonianza di Vittorino sul vescovo di Gerusalemme, Alessandro, il quale, prima del 251 d.C. affermò il 25 dicembre come festa cristiana.

Una variante della stessa tesi è basata sull’astronomia: secondo le idee del tempo si riteneva che la creazione del mondo fosse avvenuta all’equinozio di primavera, assegnato allora al 25 di marzo (non al 21). Ragionando secondo questa idea, si riteneva che anche la seconda creazione, ossia la concezione di Cristo nel seno di Maria, doveva essere avvenuta il 25 di marzo. Ne derivava di conseguenza che la nascita del Salvatore andava assegnata al 25 dicembre, nove mesi dopo la sua concezione.

Un’altra considerazione, con basi astronomiche ma anche bibliche, confermava i padri della chiesa in questo loro ragionamento. Verso il 25 dicembre il sole riprende la sua ascesa dopo il solstizio invernale. Era questo un particolare che induceva gli antichi a collegarvi il sorgere del Sole di giustizia, che è Cristo Signore.

Una conferma di tutto questo arriva anche dall’arte: i primi cristiani avvertivano infatti la necessità di manifestare questa loro fede anche con le arti figurative. Ci sono arrivati diversi affreschi e mosaici che paragonano Cristo al sole. Un esempio per tutti si trova nella necropoli vaticana dove nel mosaico del soffitto del mausoleo M, composto tra il 150-180 d.C., abbiamo la raffigurazione di Cristo-Sole che ascende al cielo.

Secondo queste tesi, dunque, la scelta del 25 dicembre vene identificata in modo totalmente autonomo e indifferente dal fatto che la stessa data fosse eventualmente già usata dalle feste pagane. Le due feste potrebbero dunque essere sorte senza alcuna intenzione di mutua incidenza.

4. IL 25 DICEMBRE È LA VERA DATA DI NASCITA DI GESU

Il 25 dicembre non è affatto una data simbolica-convenzionale, ma è la data storicamente esatta della nascita di Cristo.

Tesi archeologico-biblica. Tale tesi è basata sulle importanti scoperte archeologiche di Qumran, grazie al Calendario di Qumran e al ritrovamento sopratutto del Libro dei Giubilei (II secolo a.C.). L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunciò a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni, mentre egli stava svolgendo le sue funzioni sacerdotali davanti a Dio nel tempio, nel turno di Abia (Luca 1:62). Nel 1953 la famosa specialista francese Annie Jaubert studiò il calendario del Libro dei Giubilei, scoprendo che numerosi frammenti di tale testo dimostrano non solo che esso era stato fatto proprio dagli Esseni, ma che essi lo avevano usato almeno fino al I secolo d.C. (A. Jaubert, Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in “Vetus Testamentum, Suppl.” 3, 1953, pp. 250-264). Nel 1958, lo studioso ebreo Shemarjahu Talmon, docente presso l’Università di Gerusalemme, ha ricostruito le turnazioni sacerdotali degli ebrei e, applicandole al calendario gregoriano, ha scoperto che la classe sacerdotale del turno di Abia svolgeva le sue funzioni due volte l’anno, e una di esse corrispondeva all’ultima decade di settembre (cfr. The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolym itana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199). Risulta dunque storicamente attendibile la data tradizionale attribuita alla nascita di Giovanni Battista (24 giugno), avvenuta nove mesi dopo l’annuncio di Gabriele a Zaccaria (23 settembre)

Se è storicamente attendibile la data della nascita di Giovanni Battista (24 giugno), avvenuta nove mesi dopo l’annuncio di Gabriele a Zaccaria (23 settembre), allora ne consegue anche il fondamento storico dell’annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria (e il concepimento verginale di Gesù) avvenuta “sei mesi dopo”, quindi nel marzo dell’anno successivo (il 25 marzo, secondo il calendario cattolico, come affermato nel 221 d.C. (circa) da Sesto Giulio Africano in Chronographiai):  «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile» (Luca 1:36).

Ovviamente, essendoci sei mesi di distanza tra la nascita di Giovanni Battista e Gesù, tutto questo implica che anche la data del 25 dicembre (nove mesi dopo), per determinare la nascita di Gesù, è storicamente fondata. Di conseguenza, è una data storica anche quella della santa circoncisione, avvenuta otto giorni dopo la nascita, secondo la legge di Mosè, e così quaranta giorni dopo la nascita, il 2 febbraio, la “presentazione” di Gesù al tempio.

L’obiezione dei pastori

Una postilla finale: contro la nascita di Gesù il 25 dicembre viene spesso citato il fatto che in Palestina i pastori, non più tardi del 15 ottobre, riportano il loro gregge al riparo per proteggerlo dal freddo, dalla pioggia e dalla neve. Nei Vangeli, invece, si legge che la notte in cui ebbero l’annuncio della nascita del Salvatore, stavano facendo la guardia al gregge all’aperto (Luca 2:8). A questa obiezione ha risposto Michele Loconsole, il quale ha spiegato che i giudei distinguono tre tipi di greggi: quello composto da sole pecore dalla lana bianca, quello formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera e quello formato da pecore la cui lana è nera: questi ultimi animali, ritenuti non adatti per i sacrifici del tempio, non possono entrare in città, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate.

Quindi, se questa era la situazione nell’Israele dei tempi di Gesù, la presenza dei pastori nelle vicinanze della grotta e mangiatoia non era una invenzione (e poi perché? I pastori non davano certo particolare lustro all’evento) da parte del Vangelo di Luca.

5. CONCLUSIONE

Abbiamo dunque valutato alcune tesi dibattute sull’origine del 25 dicembre. Quella che sostiene la vulgata corrente, cioè la “cristianizzazione” di una festa pagana potrebbe avere qualche motivazione ma esistono altrettante valide obiezioni di cui non si può non tenere conto: è infatti altrettanto probabile che siano stati i romani a “paganizzare” la festa cristiana.

Ad una osservazione oggettiva risulta tuttavia molto più attendibile l'idea basata sugli studi di Annie Jaubert e soprattutto di Shemarjahu Talmon (ebreo, quindi al di sopra delle parti), i quali hanno sostenuto che la data del 25 dicembre è storicamente accertata, e di conseguenza anche tutte le date stabilite dalla tradizione cristiana che vanno perfettamente a collimare con le scoperte di Qumran: l’annuncio di Gabriele a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista (23 settembre), la nascita di Giovanni Battista avvenuta nove mesi dopo (24 giugno), l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria (e il concepimento verginale di Gesù) avvenuta sei mesi dopo (25 marzo) e, infine, la nascita di Gesù avvenuta nove mesi dopo (25 dicembre).

PER QUANTO RIGUARDA LA MEZZANOTTE... Oggi noi suddividiamo il giorno in 24 ore, facendolo cominciare alla mezzanotte. Ma dal medioevo fino al Settecento il giorno cominciava all'Avemaria, ovvero mezz'ora dopo il tramonto. Oggi ancora, d'altronde, gli Ebrei ne fissano l'inizio al tramonto, come gli Ateniesi antichi.

La messa di Mezzanotte è l'orario trasmesso dalla tradizione, la quale, non a caso, applica alla nascita di Cristo un testo della Sapienza che si riferisce a tutt’altro:

Sapienza 18:14,15 Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale...guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile.

La parola di Dio è personificata. La tradizione ebraica riteneva che di notte fossero accaduti i grandi interventi di Dio: la creazione, l'apparizione ad Abramo, l'esodo dall'Egitto, e di notte s'aspettava che venisse anche il Messia. 

























lunedì 21 dicembre 2020

FRASI CELEBRI DI MARTIN LUTERO

 

FRASI CELEBRI DI MARTIN LUTERO


«Io non ammetto

che la mia dottrina possa

essere giudicata da alcuno,

neanche dagli Angeli.

Chi non riceve la mia dottrina

non può giungere

alla salvezza».

(Martin Lutero, Weim., X, P. II, 107, 8-11)



«Io sono stato

un grande mascalzone

e omicida».

(Martin Lutero,

WA WW 29,50,18)



«Questi idioti di asini

(cattolici) non conoscono che le 

 tentazioni della carne. (...). In

realtà, a queste tenta-

zioni il rimedio è faci-

le: vi sono ancora don-

ne e giovanette...».

(Martin Lutero)



«Se la moglie

trascura il suo dovere

(sessuale),

l’autorità temporale

ve la deve

costringere,

oppure

metterla a morte».

(Martin Lutero)



«Il motivo per cui bevo

tanto più forte, parlo

tanto più licenziosamente, 

 gozzoviglio tanto più 

 frequentemente, è quello di 

 pigliare in giro il diavolo

che voleva canzonarmi».

(Martin Lutero)



«Prima di me, non si è conosciuto nulla. Sono certo 

 che né Sant’Agostino, né Sant’Ambrogio, che

pure in queste materie sono grandissimi, mi stanno 

alla pari. Sono superbo in Dio sopra ogni misura, 

né la cedo di un dito agli Angeli del Cielo, né a

Pietro né a Paolo, né a cento imperatori, né a mille

Papi, né a tutto quanto il mondo.

Ecco il mio motto: Non cedo a nessuno!».

(Martin Lutero)



Lutero, un giorno, rispondendo 

 a sua madre che gli aveva 

chiesto  se doveva anche

lei cambiare religione,

disse: «No, restate cattolica, 

 perché io non

voglio né ingannare né

tradire mia madre!».

(Questo significativo

“documento” si conserva

nella Biblioteca del Convento

domenicano di Santa Maria

della Minerva in Roma).