mercoledì 14 agosto 2019

IN ONORE DI MARIA - LE NOZZE DI CANA


I protestanti, che non vogliono riconoscere alla Vergine il ruolo assegnatale dai cattolici, hanno indottrinato che, nel racconto di Cana, Gesù intese evidenziare la netta separazione tra la propria persona e la madre-donna, la quale non doveva interferire nelle questioni divine.

"1Tre giorni dopo, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. 2E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3E venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. 4E Gesù le disse: Che v'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta. 5Sua madre disse ai servitori: Fate tutto quel che vi dirà" (Giov. 2:1-5).

La novità dei tempi messianici sono scanditi da Giovanni secondo una sequenza temporale di sette giorni, raccolti in cinque narrazioni, che richiamano da vicino la settimana della creazione genesiaca, facendo dell'evento Gesù e della nuova comunità messianica una nuova creazione:

1) primo giorno (1:19-28): 
Queste cose avvennero in Betania al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (v. 28).

2) secondo giorno (1:29-34):
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli (v. 29)

3) terzo giorno (1:35-42):
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli (v. 35)

4) quarto giorno (1:43-51):
Il giorno seguente, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo, e gli disse: Seguimi (v. 43)

5) settimo giorno (2:1-11):
Tre giorni dopo, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù (v. 1)

La traduzione di Giov. 2:1 non è corretta: nel testo greco non c’è scritto "tre giorni dopo", ma "il terzo giorno". È strano che Giovanni dopo aver ripetuto, quasi con fare ossessivo, l'espressione "il giorno seguente", apra il cap. 2 con le parole kai tē hēméra tē tritē, "e al giorno terzo"; è talmente strano che i traduttori hanno pensato di rendere il racconto narrativamente più logico traducendo "tre giorni dopo". Ma se Giovanni ha preferito scrivere "il terzo giorno", ciò è dovuto a un duplice motivo: a) nell'AT l'espressione "terzo giorno" ricorre 30 volte e indica sempre il giorno dell'accadere di un evento significativo; b) nel N.T. ricorre 12 volte, di cui 11 si riferiscono alla risurrezione di Gesù. Il terzo giorno, dunque, ha una valenza particolare: esso parla di un accadimento significativo e questo è la risurrezione di Gesù. Non a caso il racconto delle "nozze di Cana" si apre con l'espressione "il terzo giorno" e si conclude affermando che in questo giorno Gesù manifestò la sua gloria (v. 11). Il racconto, dunque, ha come sfondo la risurrezione.

La narrazione è fortemente simbolica. Abbiamo visto come questo "terzo giorno" in realtà è il "settimo giorno" del Vangelo di Giovanni; ma nello stesso tempo si presenta come "terzo giorno". È ambivalente, e anche i fatti che accadono in questo terzo giorno, di conseguenza, assumono significati ambivalenti.

L’evangelista inizia il suo vangelo con un chiaro riferimento alla Genesi, e qui, il settimo giorno dice il compiersi di un tempo, quello veterotestamentario, giunto a suo compimento e, quindi, venuto a scadere. Anche la festa di nozze, pertanto, in questo contesto teologico, è giunta al suo termine. Lo lascia intendere lo stesso maestro di tavola, che rivolto allo sposo, lo loda per aver conservato il vino buono fino alla fine (v. 10).

9E quando il maestro di tavola ebbe assaggiata l'acqua ch'era diventata vino (or egli non sapeva da dove venisse, ma ben lo sapevano i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto largamente, il meno buono; tu, invece, hai serbato il vino buono fino ad ora.

La festa delle nozze allude all'alleanza tra Dio e il suo popolo, espressa nella Torah. Spesso il rapporto Dio-Israele viene metaforicamente indicato come il rapporto tra la sposo (Dio) e la sposa (Israele). Creato questo contesto di festa nuziale, metafora di un tempo giunto ormai al suo compimento, Giovanni vi colloca dentro la madre di Gesù: "e c’era la madre di Gesù" (v. 1). Il passo conferma il ruolo della Vergine nel racconto. Non solo compare per prima, ma è anche la prima, nel giorno del primo miracolo, a parlare.

Il v. 2 mette all'interno di questa festa nuziale, dove già si trova la madre di Gesù, anche Gesù e i suoi primi discepoli. Gesù, dunque, si colloca, come sua madre, all'interno del mondo veterotestamentario, e non poteva essere diversamente.

vv. 3-5 sono riservati al dialogo tra Gesù e sua madre, da cui emergerà la relazione tra i due e, in particolar modo, l'evoluzione spirituale di Maria, che è chiamata a collaborare con suo figlio alla missione che il Padre gli ha affidato. Si tratterà per Maria di passare dal "settimo giorno", in cui si trovava, al "terzo giorno".

Il terzo giorno non è come il sette, che è il punto di arrivo e di una compiutezza giunta a maturazione; per questo il sette indica la perfezione, ma anche la fine di un'opera, a cui non c'è più nulla da aggiungere. È proprio nel settimo giorno, infatti, che Dio porta a compimento la creazione, la conclude e l’affida all'uomo perché la lavorasse e la custodisse (Gen. 2:15). Il tre, invece, parla sempre del superamento di una dualità, aprendo a qualcosa di nuovo: è nel terzo giorno che Dio scende sul monte Sinai; il terzo giorno un sacrificio non poteva più essere mangiato ma doveva essere bruciato. Le nozze di Cana si collocano nel terzo giorno, in cui la "madre di Gesù" diventa "donna", prendendo parte alla missione del Figlio; mentre Gesù manifesta la sua gloria. Ecco allora che queste nozze, collocate nel terzo giorno acquisiscono un significato completamente nuovo, parla di un'era messianica, di cieli nuovi e di terra nuova.

Il v. 3 ci presenta il motivo su cui è incentrato tutto il racconto: "E venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino". Ecco il problema: il vino è venuto meno nel corso della festa nuziale e si constata che non ce n'è più. Un banchetto nuziale senza vino rende insipida la festa.

Se si pensa alle nozze come al rapporto tra Dio e il suo popolo, allora la mancanza di vino, bevanda che esprime l'abbondanza dei tempi messianici e la pienezza del rapporto tra Dio e il suo popolo, denuncia come questo rapporto sia venuto meno. La mancanza di vino evidenzia la sterilità di un culto che era diventato vuoto, che Gesù denuncerà nell'episodio di quel fico ricco di foglie ma privo di frutti e che colpirà con la sua maledizione.

Venendo a mancare il vino, Maria si preoccupa subito, segnalando la cosa a suo figlio. È una preoccupazione materiale. Si tratta di tappare un buco organizzativo, nato probabilmente da una cattiva valutazione. Il rapporto che Maria ha qui con Gesù è ancora di tipo terreno. 

Il v. 4 riporta l'incredibile risposta di Gesù: "E Gesù dice a lei: Che v’è fra me e te o donna? Non è ancora giunta la mia ora". La risposta di Gesù a sua madre sembra essere di una villania e di un egoismo unici, quasi offensivi. Ha forse presenziato alle nozze per insegnarci a disprezzare la madre? Era andato alle nozze di un uomo che prendeva moglie per generare dei figli, e che certamente aspirava a essere onorato dai figli; e Gesù avrebbe partecipato alle nozze per mancare di rispetto alla madre? È impossibile che Gesù abbia offeso la madre pubblicamente, durante un ricevimento al quale era lei ad essere stata invitata in una posizione di riguardo, come evidenziano i vv. 1-2. Può un figlio dire che non ha nulla a che fare con sua madre?

Il greco ha: ti emoi kai soi, dove abbiamo ti + pronome personale dativo + kai + dativo, che sarebbe: che cosa a me e a te? Già nel greco classico in Platone (Gorg. 455D2), e poi in Porfirio (Abst 4.18), ti + dativo in una domanda significa "che cosa importa (a te/a noi?)". Ulteriori conferme vengono dall’esegesi patristica in una lettera di Teodoreto a Giustino, dove per questo autore, ti emoi kai soi significa: "Che cosa (importa) a me e a te?" È interessante anche la traduzione della Vulgata che recita Quod mihi et tibi est, mulier [']; nondum venit hora mea; (che cosa è a me e a te donna? Non è venuta l’ora mia) l’aggiunta del verbo essere dà l’esatta percezione che i latini avevano della risposta di Gesù, certo ben diversa da quella delle nostre traduzioni.

Rimanendo aderenti alla traduzione letterale, visto che per renderla più chiara in italiano è necessario aggiungere un verbo, si può dire "che cosa importa a me e a te", oppure, "che cosa si può fare sia io che te", oppure "la cosa non ci riguarda", "è una cosa che non dovrebbe interessarci".

Anche esaminando dei semitismi simili presenti nell’AT, notiamo come la traduzione potrebbe avere una "sfumatura differente" rispetto a quella proposta. Riportiamo il passo di 2Sam. 16:10 dove troviamo il Re Davide che viene insultato da un certo Simei. Un soldato del Re chiede di intervenire per metterlo a tacere; in grassetto il dialogo tra questi due ultimi:

Ma il re rispose: 'Che ho io da far con voi, figli di Tseruia? Se egli maledice, è perché l'Eterno gli ha detto: - Maledici Davide! E chi oserà dire: - Perché fai così?'

Nel greco dei LXX l’inizio della risposta di Davide alla lettera è: "Che cosa a me e voi figli di Tseruia". Una sua migliore traduzione a senso, visto che Davide si lascia dire da Simei quello che vuole, sarebbe stata: "Cosa possiamo fare io e voi figli di Tseruia, se maledice è perché il Signore gli ha detto: Maledici Davide".

Va precisato che l’espressione "che cosa a me e a te" non sia tipicamente semitica: anche in italiano l’espressione "e a me e a te?" come risposta o commento a qualcosa detto da un interlocutore è chiarissima e di uso corrente, magari accompagnata da un verbo, come nella frase: "E a me e te cosa ne viene?"

In definitiva è il contesto a dare la giusta sfumatura alla frase e quindi alla sua traduzione. È necessario, quindi, capire il senso della risposta di Gesù.

a) vi è una questione di interessi: "Che cosa (importa) a me e a te". Gesù invita sua madre ad aprirsi a una nuova visione delle cose, che trascende la semplice logica umana: lui non è venuto a fare da tappabuchi alle deficienze organizzative umane, ma a compiere la volontà del Padre suo. Sono altri i suoi interessi. E in questi interessi di Gesù è coinvolta anche Maria. Gesù infatti non si limita a dire "che cosa importa a me", ma aggiunge anche "e a te". Con questo richiamo Gesù aggancia sua madre alla propria missione, facendone quasi una sorta di suo braccio destro. Un aggancio significato da quel kaì (e), che salda assieme il "me" di Gesù al "te" di Maria.

b) Vi è anche una nuova ridenominazione: Maria non è più chiamata "madre", bensì "donna", spostando l'accento dai rapporti carnali a quelli spirituali. Gesù assegna a sua madre un nome nuovo: donna (gynai).

Il nome per l'ebreo indica l'essenza stessa della persona. Imporre il nome a una persona significa avere autorità su di essa, mentre assegnarne uno nuovo indica che quella persona non è più quella di prima, ma è entrata a far parte di una nuova dimensione ed è chiamata a svolgere quella missione che il suo nuovo nome le assegna. Pertanto con il termine "donna" Gesù assegna a sua madre un nuovo ruolo: essa non è più una figlia di Israele, che gli ha dato carnalmente la vita, ma è la figlia di Sion ideale, che nell'AT viene presentata con i tratti di una donna e più precisamente di una sposa, e madre di nuovi figli, discepoli del Signore.

Poiché il tuo creatore è il tuo sposo; il suo nome è: l'Eterno degli eserciti; e il tuo redentore è il Santo d'Israele, che sarà chiamato l'Iddio di tutta la terra. Poiché l'Eterno ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch'è stata ripudiata, dice il tuo Dio … Tutti i tuoi figli saranno discepoli dell'Eterno, e grande sarà la pace dei tuoi figli (Is. 54:5,6,13).

Il nuovo nome con cui Maria è stata insignita ne fa di lei una nuova creatura, una nuova creazione. Ora lei è "donna".

Perché proprio "donna"? In greco la parola gynē al vocativo è una forma d’appellativo che non comporta alcuna sfumatura dispregiativa. Presso i greci e gli orientali la parola donna veniva usata per designare le persone degne di rispetto. Era sinonimo di signora. Il termine greco che viene tradotto con "donna", gynai vocativo di gyne (o donna!), a questa voce il Vocabolario della lingua greca di Franco Montanari (Loescher Editore) precisa che al vocativo significava proprio Signora; era l’equivalente della Domina latina, da cui Madonna, mea domina. Pertanto, il termine "donna" è solo apparentemente irrispettoso. In Giovanni, poi, è un segno grandioso mediante il quale è definita la Vergine incoronata dell'Apocalisse (Apoc. 12:1), la donna rivestita del sole con la luna sotto i piedi e con una corona di dodici stelle.

Il vocabolo "donna", inoltre, è l'unica voce possibile per racchiudere un'idea inconcepibile dalla mente umana e, quindi, non codificata nei linguaggi con un termine specifico: l'idea del rapporto familiare che c'è tra Gesù e Maria. Un rapporto che soltanto un endecasillabo dantesco è stato in grado di sintetizzare al meglio: "Vergine Madre, figlia del tuo figlio" (Paradiso, XXXIII, 1).

L’ora mia non è ancora venuta. A cosa si riferisce Gesù? Al momento in cui Egli avrebbe dovuto manifestare con i miracoli la sua potenza? Forse sì e forse no. Se è sì, allora per la preghiera di Maria farà quanto gli viene domandato anche se non è giunta la sua ora. Dinanzi alla madre c’è l’arrendevolezza del Figlio, il quale, pur manifestando la non coincidenza tra ciò che lui è chiamato a fare e ciò che la madre gli suggerisce di fare, deve accondiscendere alla sua richiesta, per il solo fatto che alla madre non può dire no. Dovremmo, quindi, tutti imparare da Gesù come si onorino e si rispettino i genitori. Gesù concede alla madre l’onore di essere stata lei a chiedergli il primo miracolo e questo nonostante non fosse l’ora sua.

Ma c’è un problema con questa interpretazione. Al v. 2 leggiamo che Gesù aveva già dei discepoli, quindi era già stato battezzato, aveva già superato del tentazioni sataniche nel deserto, e dunque la sua ora era già iniziatra. Ma allora cosa significa: l’ora mia non è ancora venuta?

1) Gesù le disse: Che v’è fra te e me, o donna? L'ora mia non è ancora venuta" (Giov. 2:4)

2) Perciò cercavano di prenderlo; ma nessuno gli mise le mani addosso, perché la sua ora non era ancora venuta (Giov. 7:30)

3) Queste parole disse Gesù nel tesoro, insegnando nel tempio; e nessuno lo prese perché non era ancora venuta l'ora sua (Giov. 8:20)

4) Gesù rispose loro: "È venuta l'ora, nella quale il Figlio dell'uomo sarà glorificato...E che dirò io? Padre, liberami da quest'ora. Ma io sono venuto appunto per quest'ora" (Giov. 12:23,27)

5) Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui voi sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me" (Giov. 16:32)

6) Così parlò Gesù. Poi, elevati gli occhi al cielo, disse: "Padre, l'ora è venuta: glorifica il tuo Figlio, affinché il tuo Figlio glorifichi te" (Giov. 17:1)

Ora, essendo impensabile che una simile ricorrenza non abbia un valore informativo, si può soltanto affermare che l'ora alla quale il Figlio fa riferimento nelle Nozze di Cana non è quella di fare miracoli, bensì quella della glorificazione, dell'elevazione sulla croce. Questo rende tutto più chiaro. Gesù non rifiuta che sia giunta l'ora del miracolo del vino di Cana, né prende distanza dalla madre. Egli afferma, profeticamente, che ancora non è venuta l'ora del vino dell'Ultima Cena, segno della Passione.

Il senso letterale delle sue parole, allora, diviene commovente piuttosto che distaccato. La sua diventa la risposta di un figlio, turbato alla vista del primo segnale della via che porta al Calvario. Un figlio il quale si rivolge alla madre, come per rassicurarla, dicendole: "Che cosa (importa) a me e a te, o donna? Non è ancora venuta l'ora del Vino dell'Ultima Cena". Il riferimento - e da questo il Figlio prende le distanze, non già dalla Madre - è per l'ora nella quale egli avrebbe anticipato, nel segno del versamento del vino, il sangue sparso sulla croce.

Il v.5 rileva il mutamento avvenuto in Maria, che la porta ad agire nel suo nuovo ruolo di collaboratrice alla redenzione: "Sua madre disse ai servi: Fate tutto quello che vi dirà". Maria dà disposizione ai servi.

Significativo è come si conclude questo episodio delle nozze di Cana:

Dopo questo, scese a Capernaum, egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli; e stettero qui non molti giorni (Giov. 2:12)

Maria viene presentata come una che, ora, si accompagna assieme a Gesù.

Dopo che a Maria è stato assegnato il nome nuovo di "donna" non è più chiamata "madre di Gesù", ma semplicemente "sua madre" (v. 5). Ciò significa che essa è ora identificata come "donna" e "madre". Essa è colei che è chiamata, non solo a generare i nuovi figli di Dio, ma anche conservarli nella sua Parola: "Fate tutto quello che vi dirà". Un ruolo che le viene ufficialmente insignito da Gesù morente sulla croce:

Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch'egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua (Giov. 19:26,27)

Il testo greco legge tēn mētéra, "la madre", non "sua madre" come erroneamente traduce il testo. Essa ora è la nuova madre della comunità credente a cui essa è assegnata con autorità divina e al cui interno ricopre il ruolo di colei che indica ai servi, la giusta via: "Fate tutto quello che vi dirà".

Questo invito di Maria ai servi, "Fate tutto quello che vi dirà", richiama da vicino l'impegno che il popolo ebraico assunse di fronte a Dio, di fare tutto quello che Egli comandava:

E tutto il popolo rispose concordemente e disse: 'Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto' (Es. 19:8).  
Poi prese il libro del patto e lo lesse in presenza del popolo, il quale disse: 'Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto, e ubbidiremo' (Es. 24:7)

I servi a cui si rivolge Maria, presenti alla festa delle nozze di Cana, richiama il mondo veterotestamentario, e stanno per assistere al passaggio a delle nuove nozze, a un nuovo patto, in cui non c’è più Mosè che media per il popolo, ma c’è la madre di Gesù, che indirizza questi servi verso Gesù che è Yahweh incarnato. Siamo, dunque, nel contesto di un nuovo patto, a cui il nuovo Israele è chiamato a entrare e a farne parte.

Ciò è confermato dal comando di Gesù a questi servi, il cui compito è quello di riempire le giare che servivano per la purificazione giudaica. È dunque da pensare che questi servi siano la metafora di quel mondo giudaico sensibile ai valori del Regno, da cui attendevano la redenzione e il riscatto di Israele (cfr. Luca 2:25,36).

Or c'erano qui sei giare di pietra, destinate alla purificazione dei Giudei, le quali contenevano ciascuna due o tre misure. Gesù disse loro: Riempite d'acqua le pile. Ed essi le riempirono fino all'orlo (Giov. 2:6,7)

Il concetto d'acqua per la purificazione rinvia direttamente alle prescrizioni della legge mosaica. Sono di pietra, come le tavole della Legge. Sono in numero di sei a indicare l'incompletezza, l'insufficienza della stessa legge (6 = 7–1, cioè manca qualcosa per raggiungere la perfezione che è nel sette). Sono da riempire perché vuote o semivuote, nel senso che i comandamenti non sono pienamente osservati. Sono da riempire, per indicare che sono da perfezionare con la trasformazione dell’acqua in vino, la pienezza del Nuovo Patto.


lunedì 5 agosto 2019

Il SIONISMO È OPERA DI SATANA?



Citazioni dei più importanti rabbini che affermano che il sionismo è opera di Satana


Teniamo presente che le citazioni che seguono devono essere considerate come una posizione ufficiale di ebrei veramente religiosi.

Prima di tutto, la parola del rabbino è considerata una parola di autorità. Secondo il Talmud, un rabbino è persino in grado di cambiare la mente di Dio. Pertanto, per gli ebrei sinceramente religiosi, la parola del rabbino è LEGGE. Il Talmud stesso, che è essenzialmente una raccolta di leggi, consiste nelle opinioni rabbiniche su qualsiasi argomento.

Rabbi Avraham Elimelech Perlow,
Rebbe di Karlin, Russia (1892-1943)


Sionisti e mizrachisti - non c'è nulla di cui parlare. Essi sono lo stesso Satana! (Birkas Aharon, p. 193).

Rabbi Dovid Biderman,
Rebbe di Lelov, Polonia (1827-1907)


Prima della sua morte, disse che il fatto dei rabbini che si sono avvicinati alla parte di Satana, i sionisti, era il motivo per cui egli stava lasciando il mondo, per questo era profondamente turbato (Mishkenos Haro'im p. 266)

Rabbi Chaim Mordechai Gottlieb,
rabbi di Miskolc, Ungheria (1876–1936)


Questa edificazione [della Terra Santa] non è altro che distruzione... ma un tale gruppo è molto pericoloso per il popolo ebraico e dobbiamo stare il più lontano possibile da loro... Peggiore di tutti è il sionismo e i loro sicli che danno per rafforzare i peccatori di Gerusalemme, e fanno adirare Dio nel suo palazzo e nella sua città. Lo stesso Satana si maschera da capo dell'organizzazione sionista (Mishkenos Haro'im volume 6).

Rabbi Moshe Hager,
Rebbe di Kossov, Ungheria (1860-1926)


Il nemico si è avvolto in un mantello di "amore per Sion" per ingannare l'anima ebraica e intrappolare nella sua rete di distruzione anche quelli che tremano per la parola di Dio. Non c'è eresia più grande di questa, e viene dalle forze sataniche (Leket Ani, Vayechi)

Rabbi Meir Klein,
rabbi di Ujhel, Ungheria (nato 1885)


Questo è il modo in cui il gruppo maledetto dei sionisti, mascherano tutte le loro brame e abominazioni nella nostra lingua santa, peccando in essa e facendo peccare le masse.

Intrappolano gli ebrei ignari nella loro rete malvagia. Guai a noi che questo è successo ai nostri giorni! Gli sforzi di Satana hanno avuto successo e si sono propagati in Terra Santa.

Essi sono venuti e hanno contaminato la Terra Santa con abominazioni straniere che i nostri padri non avrebbero mai potuto immaginare. Le orecchie di chiunque li sente parlare risuoneranno, e i capelli i drizzeranno (Toldos Shmuel, v. 3 p. 142).

Rabbi Yishaya Asher Zelig Margolios,
Gerusalemme (1894- 1969)


Purtroppo, Satana è stato vittorioso e ha fondato uno stato infernale (O Zarua Latzadik, p. 19).

Da giovane, Rabbi Margolios visse in un appartamento nel quartiere di Knesses. Fuori dalla sua finestra c'era un campo di grano di proprietà di un arabo di nome Abbad, che viveva nelle vicinanze. Era in buoni rapporti con i religiosi ebrei residenti e serviva loro come "gentile del Sabato": quando gli ebrei avevano bisogno di riscaldare il latte per un malato in giorno di sabato, Abbad lo riscaldava.

[Nota: poiché è vietato agli ebrei religiosi fare qualsiasi lavoro o cucinare di sabato, usano il "gentile del Sabato", o "Shabbath Goy" – un non ebreo per fare un qualsiasi lavoro di sabato che necessita di essere fatto].

Quando si spegneva la luce della loro lampada a cherosene, gli ebrei chiamavano Abbad e lui sapeva cosa fare; nessuno doveva dirglielo. Dopo il sabato gli regalavano una pagnotta di pane challah come dono di apprezzamento.

Un sabato del 1929, i coloni sionisti attaccarono la casa di Abbad. Bussarono alla sua porta, con l’intenzione di uccidere lui e sua moglie. I sionisti chiamarono Rabbi Margolios per aiutarli. Il rabbino bussò alla porta di Abbad e, appena l'aprì, mise il cappello chassidico di pelliccia e il caftano sull'arabo e camminò con lui verso la sinagoga. I sionisti, non sapendo quale fosse l'arabo e quale l'ebreo, abbandonarono la zona (Azamer Bishvachin, p. 11).

Rabbi Yissachar Dov Rokeach,
Rebbe di Belza, Polonia (1854-1926)


Ogni ebreo, quando fa la preghiera contro gli eretici, deve avere in mente i sionisti e i mizrachisti (Michtav Hisorerus, p. 118).

La notte dopo ogni festa, a Belz, annunciava che nessuno dovesse unirsi ai sionisti, ai mizrachi o all'Agudah (ibid.).

Essi sono peccatori e fanno peccare le masse (Kuntres 22 Cheshvan, p. 106).

Una volta nella notte di Yom Kippur, mentre migliaia di Chassidim si stringevano nella sua sinagoga e si preparavano per le preghiere di Kol Nidre, un'atmosfera santa pervadeva la sinagoga. Nessuno parlava e tutti erano in attesa di ascoltare l’edificante sermone del Rebbe per il Giorno del Giudizio. Salì sulla piattaforma e disse ad alta voce: "È vietato unirsi ai sionisti, ai mizrachisti e ai loro gruppi!"

Questo era tutto il sermone prima di Kol Nidre (Kol Yisroel, 8 Sivan 5686).

I nostri fratelli, ebrei credenti, sono forti e difendono il nostro popolo e la nostra Torah, non per forza né per potenza. Non dobbiamo discutere o dibattere con i sionisti e i mizrachisti, ma dobbiamo combattere sostenendo fermamente le nostre convinzioni, e non permettere al distruttore, alla dottrina del sionismo e di Mizrachi, di entrare nelle nostre case.

Il sionismo si fonda sulla negazione della provvidenza, della ricompensa, della punizione di Dio e sulla venuta del redentore. Il nazionalismo è costruito solo sulle rovine della santa Torah, della fede in Dio, nei suoi profeti e sui saggi talmudici. Pertanto, anche se il movimento fosse guidato da uomini retti e timorati di Dio con le migliori intenzioni, sarebbe impossibile per esso non distruggere la fede e la Torah (Kuntres 22 Cheshvan, p. 108).

Ma potrebbe accadere che prima dell'arrivo del messia, gli sforzi di Satana abbiano successo, e i malvagi otterranno uno stato nella Terra di Israele. Quindi è obbligo per ogni ebreo che deve lasciare la propria casa, trasferirsi in America o da qualche altra parte, ma non nella Terra di Israele sotto lo Stato di questi uomini malvagi, perché il loro Stato sarebbe un grande pericolo per il corpo e l'anima di ogni ebreo (Om Ani Chomah v. 6, 13 Adar I, 5717)

Per tutta la vita, il Rebbe ha combattuto contro i sionisti di ogni genere, usando le stesse armi che suo padre e altri rabbini hanno usato contro la Riforma. Condusse una dura lotta contro il sionismo mentre era ancora un movimento in erba, e proprio come suo padre si oppose ai secolaristi, non facendoli accedere a nessuna carica importante (Admoirei Belze p. 251).

Rabbi Yisroel Hager,
Rebbe di Vizhnitz, Romania (1860-1936)


Satana cambia continuamente il suo travestimento e manda i suoi agenti a intrappolare le masse ebraiche nella sua rete, in modo che si tolgano dal collo il giogo della Torah. I nomi di questi agenti cambiano ogni poche generazioni. Oggi sono chiamati "sionisti" (Kedosh Yisroel cao. 16, p. 276).

Una volta incontrò un sionista nell'anniversario della morte di Herzl. Il sionista disse: "In onore di questo giorno è giusto fare una festa". Il Rebbe rispose: "Certamente, perché quando i malvagi periscono c'è gioia" (ibid. v. 2 cap. 24, p. 619).

Nel giornale della scorsa settimana ho visto cose scritte a mio nome che non ho mai detto o pensato. Ti chiedo pertanto di onorare i principi del tuo giornale e di fare una correzione. Afferma che ho detto che "l'idea sionista è un'idea nobile e nessun buon ebreo che segue i sentieri del giudaismo e si aggrappa ai comandamenti di Dio e della sua Torah dovrebbe opporsi a questa grande idea". Questa è una bugia completa, perché non ho mai detto parole del genere (Ibid.)

Mi piacerebbe molto fare un viaggio nella città santa di Gerusalemme, ma a causa dei "sionisti" non ci andrò (ibid. cap. 18 p. 300).

Il Rebbe non diede a tutti il ​​permesso di andare in Terra Santa, in particolare ai giovani senza i loro genitori, per timore che cadessero sotto l'influenza del movimento "sionista".

Mi rivolgo con urgenza a te, per attirare la tua attenzione sul santo obbligo che hai di unirti alla kehillah religiosa (l'Eidah Chareidis di Gerusalemme), costruita su sante fondamenta, e non, Dio non voglia, alla kehillah del Consiglio Nazionalista, che è non fondato sulla Torah di Dio (ibid. cap. 24, lettera 35).

Rabbi Avraham di Sochatchov,
Polonia, autore di Avnei Nezer (1839-1910)


Sono stato felice di vedere che hai comprensione, e anche da lontano hai percepito l'amaro veleno dei sionisti e dei mizrachisti, sotto qualsiasi forma o aspetto. Non ho nulla da aggiungere alle tue parole. Che Dio sia con te per fermare la diffusione di questa piaga prima che diventi comune nel tuo paese (Hapeles, Kislev 5665, p. 133).

Tutti i propagatori di peccato sorti nel popolo ebraico, non sono riusciti ad aver successo nella misura in cui c’è riuscito il gruppo di persone che si autodefinisce "sionista". Hanno allontanato le masse dalla fede e le hanno rese negazioniste di tutti i principi della fede ebraica. Come ci sono riusciti? Fingendo di essere giusti, al fine di tradire Dio.

La gente non ha ascoltato la voce dei rabbini che hanno avvertito di non cedere al consiglio di Satana. Sono andati di male in peggio, e ora molti di loro non si vergognano ad alzare una mano contro la Torah di Dio in pubblico. Negano i fondamenti della nostra fede e alcuni negano Dio stesso (ibid.).

Rabbi Chaim Ozer Grodzensky,
rabbi of Vilna, Lituania (1863-1940)


Il tuo onore devi sapere che sulla questione dei sionisti e dei mizrachi, io sono in corrispondenza con i più grandi rabbini di questa generazione e tutti hanno deciso che il sionismo è opera di Satana, con tutte le sue seduzioni e incitamenti, allo scopo di distogliere il popolo ebraico dalla retta via.

Essi hanno ammonito che da loro proviene un grande pericolo per tutto il popolo ebraico, Dio lo proibisce, e tutti coloro che difendono i sionisti non sono migliori di loro.

Con nostra vergogna, alcuni rabbini nel nostro paese si sono uniti ai sionisti e hanno fondato un'organizzazione sotto il nome di Mizrachi. Hanno respinto tutti gli ammonimenti dei rabbini e fingono di rispettare la parola di Dio.

Hanno fondato dei comitati ed è probabile che faranno appello al vostro onore. Pertanto, faccio presente al vostro onore che tutti i più grandi rabbini del nostro paese sono perplessi sulla questione. Nei libri delle autorità giudaiche non si dice che sia nostro dovere fondare un regno.

Al contrario, i nostri saggi talmudici lo hanno espressamente proibito. Questi rabbini del Mizrachi non hanno fede e non si fidano della salvezza di Dio. Le loro menti sono diventate squilibrate nel credere che in uno stato fondato dalle mani dell'uomo ci sarà pace per noi” (The Transformation, pp 186-187).

Rabbi Shimon Sofer,
rabbi di Erlau, Ungheria (1850-1944)


È noto che i sionisti sono completamente negatori della Torah, e lo dicono apertamente. Chiunque abbia ancora una scintilla di ebraismo nel suo cuore, li odia e non può sopportare di unirsi a loro (Tikun Olam, cap. 51).

Rabbi Yechiel Michel Epstein,
rabbi di Novhardok, Russia (1829-1908)


Guai a noi, perché la nostra santa Torah è in un declino inimmaginabile, specialmente ora che si è diffuso l'odiato movimento chiamato "Sionismo", con nostro dispiacere. Riguardo ad essi è detto nel libro di preghiere: "Sion piange amaramente" perché hanno estinto il fuoco della nostra santa Torah (Hapeles 5665, p. 139).

Chiunque abbia timore di Dio dovrebbe fuggire dai sionisti e dai mizrachisti come se fuggissero dal fuoco (Ibid.).

Allo stesso modo, la corte è obbligata ad assicurarsi che nessun ebreo abbia piani di ribellione, anche segreti, nel suo cuore, contro il Re o i suoi ministri. E i nostri saggi hanno già affermato che Dio fa giurare il popolo ebraico a non ribellarsi contro le nazioni (Talmud, Trattato Ketubot 111a).

Ed è scritto (Prov. 24:21), "Figlio mio, temi l’Eterno e il re". E i nostri Saggi dicono (Talmud, Trattato Berachot 58a) che un regno sulla terra è come il regno di Dio in cielo (Aruch Hashulchan Choshen Mishpat 2:1).



martedì 30 luglio 2019

SIGNIFICATO DELLA GENEALOGIA DI GESÙ CRISTO


Significato della genealogia di Gesù Cristo
Matteo 1:1 Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Matteo 1:2 Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli;
Matteo 1:3 Giuda generò Fares e Zara da Tamar; Fares generò Esrom; Esrom generò Aram;
Matteo 1:4 Aram generò Aminadab; Aminadab generò Naasson; Naasson generò Salmon;
Matteo 1:5 Salmon generò Booz da Rahab; Booz generò Obed da Ruth; Obed generò Iesse,
Matteo 1:6 e Iesse generò Davide, il re. E Davide generò Salomone da quella ch'era stata moglie di Uria;
Matteo 1:7 Salomone generò Roboamo; Roboamo generò Abia; Abia generò Asa;
Matteo 1:8 Asa generò Giosafat; Giosafat generò Ioram; Ioram generò Uzzia;
Matteo 1:9 Uzzia generò Ioatam; Ioatam generò Achaz; Achaz generò Ezechia;
Matteo 1:10 Ezechia generò Manasse; Manasse generò Amon; Amon generò Giosia;
Matteo 1:11 Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli al tempo della deportazione in Babilonia.
Matteo 1:12 E dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel; Salatiel generò Zorobabel;
Matteo 1:13 Zorobabel generò Abiud; Abiud generò Eliachim; Eliachim generò Azor;
Matteo 1:14 Azor generò Sadoc; Sadoc generò Achim; Achim generò Eliud;
Matteo 1:15 Eliud generò Eleazaro; Eleazaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe;
Matteo 1:16 Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo.
Matteo 1:17 Così da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; e da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni.

Matteo apre il suo racconto con una genealogia, la cui funzione è quella di dare, fin da subito, una sorta di carta di identità di Gesù.

Nel mondo ebraico la genealogia dava, da un lato, la certezza dell'appartenenza al popolo eletto; dall'altro, definiva la discendenza familiare e tribale, qual era cioè la posizione di ogni singolo ebreo all'interno della sua comunità.  

Ogni nome ha un significato preciso e ci fermeremo non a considerare ogni nome, ma le variazioni, che con sapienza Matteo inserisce nella genealogia, per dare un significato teologico a questa genealogia; e poi alle considerazioni finali dove lui ci dice perché viene fatta questa genealogia.

Questa storia comincia con Abramo del quale non si dice di chi è figlio. Abramo chi lo generò? Così dell’ultimo non si dice che Giuseppe generò. Cioè è una genealogia aperta in alto e in basso. Quindi tutta la storia umana resta aperta in alto, e resta aperto in basso, all’origine e alla fine.

Se contiamo i nomi, in tutto i generanti sono 39 e tutti, individualmente, sono qualificati dal verbo egennēsen (generò) di cui sono il soggetto attivo (X generò Y), tranne una volta (il 40°) dove il verbo è posto al passivo, e il soggetto, qui, che subisce l'azione, è Gesù. Non si dice che Maria generò, ma dalla quale nacque Gesù (cioè fu generato)

I numeri nella Bibbia hanno sempre un significato teologico, mai matematico. "Trentanove" è un numero incompleto, che manca, cioè, di compiutezza. Sarà soltanto il verbo egennēthē al passivo, a formare il quarantesimo verbo che da compiutezza agli altri trentanove.

Al di là dei vari significati che il numero 40 può assumere nell'ambito della numerologia biblica in particolare, esso, di fatto, è un multiplo di quattro: 4x10.

Il quattro, nella cultura ebraica veterotestamentaria, fa riferimento al mondo creato, diviso dai quattro fiumi nel giardino dell'Eden; quattro, poi, sono i cherubini nella visione di Ezechiele, che si muovono in ogni direzione; quattro sono i punti cardinali della terra. Esso, quindi indica la totalità.

Quanto al dieci, esso sta alla base del sistema numerico. Indica un tutto compiuto: dieci sono le piaghe d'Egitto, al termine delle quali Israele ottiene la sua liberazione; dieci i comandamenti. Il Giorno dell'espiazione è stabilito nel "nel decimo giorno del mese". Il dieci, pertanto, dice pienezza, compiutezza. Quattro volte dieci sta ad indicare, dunque, la totalità della pienezza, cioè una compiutezza definitiva.

Il soggetto dei trentanove egennēsen sono uomini, la cui storia, scandita da trentanove atti generativi, è incompiuta, senza il quarantesimo atto generativo che rende compiuta l’incompiutezza. L’ultimo verbo al passivo ci rimanda all'azione di Dio che, con l'atto generativo, entra nella storia, realizzando così la pienezza dei tempi. "Il tempo è compiuto ..." dirà Mar.1:15. Gesù, quindi, introdotto da questo quarantesimo verbo, messo da Matteo al passivo, si qualifica come la pienezza compiuta dell'azione di Dio nella storia umana.

La genealogia al v. 1 dice: "Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo". Vediamo come da Gesù si sale ad Abramo, passando attraverso Davide. Al contrario, dal secondo versetto si scende da Abramo verso Gesù, evidenziando nella genealogia un doppio movimento, uno che sale e uno che scende. Nel movimento ascendente ci viene presentato un Gesù rivolto verso la storia del VT, fino ad Abramo, cioè fino all’origine della promessa. In questa ascesa genealogica si ripercorre all'indietro il disegno di Dio, ancora incompiuto nel VT, il quale viene letto a partire da Gesù. In questa posizione Gesù si pone come colui che lo interpreta e vi getta sopra una luce illuminante. Per capire, quindi, il progetto di Dio nella storia bisogna partire da lui. Gesù è la chiave di lettura e interpretativa della storia del VT. 

Quanto al movimento genealogico discendente, sta a significare che la storia converge verso di lui e in lui trova la sua compiutezza.

B…bloj genšsewj 'Ihsoà Cristoà: Biblos genéseōs Iēsou Christou, Libro dell'origine di Gesù Cristo – Gesù è l’inizio di una nuova genesi

È molto solenne questo inizio di vangelo. La prima parola non è genealogia, ma Biblos, libro. A che cosa si riferisce il termine Biblos? Soltanto alla genealogia o a tutto il vangelo? Se si riferisce solo alla genealogia, sarebbe troppo esagerato chiamare libro pochi versetti. È molto probabile che Matteo abbia voluto indicare tutto il suo scritto, ed è cosciente di scrivere un libro che si inserisce nella tradizione biblica dei libri.

E questo libro non è un libro qualunque è un Biblos genéseōs, Libro di origine/genesi. Matteo gli dà questo inizio perché questa espressione si trova nella LXX in Gen. 2:4 «questo è il libro delle origini dei cieli e della terra…». In Gen. 5:1 è scritto (LXX): «questo è il libro delle origini di Adamo…». L’evangelista ci dà la chiave d’interpretazione di tutto il resto: se ha messo questa parola che appartiene al primo libro della Bibbia, il libro della creazione, è perché in questo testo vuole farci vedere una nuova creazione, una nuova genesi, che ha il suo inizio in Cristo che, attuando in se stesso le promesse fatte ad Abramo e a Davide, ha inaugurato il compiersi del tempo di Dio (Il tempo è compiuto). In altre parole, il racconto della vita di Gesù è la nuova genesi del mondo, è la nuova creazione del mondo.

Matteo è un ebreo, che scrive a una comunità cristiana di origini ebraiche, ben ferrata, quindi, nelle questioni scritturistiche e nelle attese messianiche. L'inizio del suo vangelo non lascia dubbi: qui si parla di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Questo Gesù, dunque, non è semplicemente qualcosa di nuovo dove il resto è tutto cancellato. No: Biblos genéseōs Iēsou Christou. Questo Gesù innanzi tutto è Cristo, che vuol dire Messia, il re promesso a Davide e alla sua discendenza, è l’Atteso, l’Unto del Signore. Quindi Gesù è colui che è atteso da tutta la storia precedente: ad Abraamo viene promesso un figlio, a Davide viene promesso un re.

Ma attenzione, l’evangelista non dice che Gesù è il Cristo, non c’è l’articolo determinativo. Ciò significa è un Messia diverso da quello che la gente s’immaginava. La lettura di questo vangelo ci deve far comprendere che tipo di Messia è Gesù; è il Messia della tradizione ma diverso da quello che la tradizione si aspettava.

Sappiamo che la storia del re e della monarchia è molto travagliata in Israele. Fin dall’inizio quando Israele voleva un re, per essere come tutti gli altri popoli, Dio si arrabbiò e disse: Voi volete un re? Peggio per voi, vuol dire che rinunciate a me. Quindi c’è tutta una critica divina contro la scelta del popolo. Tanto è vero che il Messia sarà lui il vero re, a differenza di tutti gli altri.

Nello stesso tempo, Gesù non è solo il figlio di Davide, ma anche il figlio di Abramo, che in origine non è ebreo, ma gentile. Quindi praticamente la promessa fatta ad Abramo, vuol dire che la promessa è fatta a tutte le genti. Di fatti della promessa fatta ad Abramo si dice: e in te saranno benedette tutte le genti. Quindi Gesù è il Cristo non solo di Davide, non solo di Israele, ma attraverso Israele sarà dunque il Messia di tutte le genti. Per questo Gesù può essere definito colui verso cui l'intera storia del VT converge, il compimento della promessa. Non c'è da aspettare nessun altro, perché tutto è stato compiuto in Gesù.

Quindi già nel primo versetto, Matteo è cosciente di scrivere un libro che narra la genesi del mondo nuovo. Questa genesi del mondo nuovo è una persona concreta, è Gesù. E questa persona concreta è il promesso a Israele, è frutto di Israele e contemporaneamente è per tutti gli uomini attraverso Israele. Quindi c’è sotto tutta la teologia della scelta di Israele e dell’apertura di Israele a tutte le genti.

Poi comincia la genealogia, dove ognuno è nominato sempre due volte, prima come generato e poi come generante. Cioè praticamente è narrata la trasmissione della vita ed è questo che fa la storia: la trasmissione della vita, dove uno riceve la propria identità, dove poi la vive con la sua libertà, e la trasforma in una nuova. Questa è la storia dell’uomo, e questa storia va verso un obiettivo, che è il progetto di Dio. Il progetto di Dio si fa dentro la storia, dentro gli avvenimenti quotidiani: nella trasmissione della vita, dei valori, dell’affetto, della famiglia.

È un vivere assieme con Dio che si inserisce nella storia. Non a caso il vangelo di Matteo finisce con Gesù che dice: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente, ogni giorno fino alla fine. Dio cammina con noi.

Noi siamo abituati a una concezione di Dio un po' strana. O come quello che Lui dirige la storia e noi semplicemente siamo mossi dai fili, non liberi: è la concezione calvinista. Oppure abbiamo l’altra concezione che Dio lascia libero l’uomo; gli ha dato la carica iniziale, gli ha dato il calcio all’inizio, lo ha avviato: adesso fate quel che credete meglio, io vi ho dato l’indirizzo, se non lo cambiate troppo va anche bene, se no, peggio per voi. Sono due concezioni estreme di Dio dove si nega o la libertà di Dio o la libertà dell’uomo.

Invece, la concezione di Dio è diversa, la si capisce in questa genealogia quando si parla di Abramo che generò Isacco. Abramo è figlio di Dio. Abramo non è come Adamo. Abramo ascolta la Parola di Dio. Allora, il rapporto uomo-Dio, è il rapporto Padre e figlio, è il rapporto dell’ascolto, e il figlio nell’ascolto diventa simile al Padre. Il figlio ascolta il Padre, diventa esperto come il Padre, vive uguale al Padre libero, adulto. Questa è la concezione dell’intervento di Dio nella storia, di due libertà, di due responsabilità che giocano l’una con l’altra, di Padre in Figlio. Per cui Abramo è certamente figlio di qualcuno (di Terah), ma Abramo è il figlio della Parola che ha ascoltato. Ed è da lì che parte la storia della salvezza. Se non sono figlio della promessa, sono tagliato fuori dalle generazioni, cioè non ho la connessione con il principio, è una vita che si perde.

Perché cinque donne?

Il monotono elenco di nomi maschili è interrotto, qua e là, da cinque nomi femminili. Perché Matteo, in una società la cui genealogia era patriarcale, inserisce dei nomi di donna?

Tre di queste donne, Tamar, Rahab, Ruth, si trovano nell'elenco dei patriarchi; una, Betsabea, è posta a fianco di Davide, all'inizio del secondo gruppo, quello dei re; l'ultima, Maria, è posta alla fine del terzo elenco dei discendenti regali.

Tamar, una cananea, dopo aver sposato Er e Onan, figli di Giuda senza avere figli da questi, seduce con l'inganno il suocero, fingendosi una prostituta. Giuda, infatti, le aveva promesso il suo terzo figlio, ma, poi, dopo un lungo tergiversare, di fatto glielo nega, venendo meno alla promessa, lasciandola senza figli. Dalla relazione fraudolenta ed estorta con l’inganno nasceranno due figli: Perets e Zerach. Dal primo discenderà Davide. In tal modo essa riuscirà a dare al suo primo marito, Er, una discendenza. Tamar è una storia d’ingiustizia, di prostituzione, di irregolarità, di immoralità. In Israele c’erano anche delle sante donne; Matteo non poteva metterci una di queste piuttosto che andare a scegliere quelle le cui storie fanno arrossire? Questo è un altro indizio che la genealogia è costruita ad arte per dargli un significato teologico. Il significato di ciò è che il Signore entra nella nostra storia fatta di miserie. Cioè Dio ama l’uomo dentro la sua storia concreta, nella sua debolezza. Dio vuole mettere ordine nel caos della vita dell’uomo.

Rahab. Se Tamar ha fatto la prostituta occasionalmente, Rahab era una vera prostituta, era la tenutaria di un bordello nelle mura di Gerico, che sposa la causa d’Israele e compie un atto di fede nel Dio d'Israele. Questa è Rahab, la seconda donna, e possiamo dire che Matteo le ha scelte nel mazzo! Eppure, grazie a lei Israele conquisterà facilmente la città e lei, con la sua famiglia, verrà salvata. Vivrà in mezzo a Israele, rispettata e stimata, e sarà ricordata come colei che ha salvato gli esploratori di Gerico. Quindi nel sangue di Gesù c’è anche questa pagana e prostituta che ha permesso l’ingresso nella terra d’Israele.

Ruth, una moabita, che rimasta vedova insieme alla suocera, decide di rimanerle fedele, disposta anche a rinunciare a nuove nozze pur di starle vicina. La seguirà quindi a Betlemme, dove sposerà Booz. Da loro nascerà Obed, padre di Iesse e nonno di Davide. Anche questa è straniera che entra a far parte del popolo di Israele in modo questo molto toccante.

Da queste prime tre donne straniere, poste da Matteo nel ceppo patriarcale, si possono ricavare tre lezioni:

·  Prima lezione: la discendenza è frutto della fedeltà.
·  Seconda lezione: indipendentemente dalla propria condizione di vita, è la fede e la fedeltà a Dio che qualifica la persona come vero figlio di Abramo.
·  Terza lezione: Dio si serve di chiunque lo riconosce e gli è fedele per portare avanti il suo progetto di salvezza nella storia, che in tal modo non è più storia esclusiva d'Israele, ma dell'uomo in quanto tale.

Betsabea è la quarta donna citata da Matteo, che non chiama per nome, ma per stato giuridico: "moglie di Uria". È interessante che Matteo, quasi per pudore, neanche la nomina, perché la considera complice di Davide, complice di un assassinio. Betsabea, ebrea, seduce con la sua bellezza Davide e viene coinvolta nella colpa con lui, diventando adultera. Il figlio nato dalla loro relazione adulterina, frutto della colpa, morirà al posto di Davide e in espiazione del suo peccato. Da nozze regolari e dopo il pentimento di Davide, nascerà Salomone. Qui abbiamo adulterio, omicidio, e vigliaccheria verso Uria, servo fedele di Davide; il peggio che si possa pensare da parte di un qualunque uomo e a maggior ragione di un uomo di Dio. Vediamo come nella carne del Figlio di Dio c’è tutta la nostra storia con tutto il suo sporco, è una vita lavata dalla grazia: il sangue di Cristo.

Quando Davide genera Salomone si trova, nei confronti di Betsabea, in una posizione di regolarità matrimoniale: è a tutti gli effetti sua moglie. Tuttavia, Matteo continua a definirla come "moglie di Uria". Se Matteo insiste su questo concetto è perché vuole attirare l'attenzione sul peccato di Davide. Vediamone i tratti essenziali:

·   Innanzitutto Matteo, ponendo Betsabea a fianco di Davide, che apre la serie dei re di Giuda, ci sta dicendo che all'inizio, dunque, c'è una colpa.
·   Citando Betsabea, quale "moglie di Uria", Matteo rimanda l’ebreo che conosce bene la storia a Betsabea che è nuda e la sua bellezza seduce Davide, che si macchia di un peccato punibile con la morte.
·   Questa sentenza di morte non si ritorcerà su Davide che, umiliatosi davanti al Signore e invocatone il perdono, otterrà grazia. Ma la sua colpa sarà scontata con la morte di un innocente incolpevole: suo figlio, nato dal rapporto adulterino con Betsabea. Il figlio primogenito di Davide-Betsabea, dunque, è colui che dovrà, incolpevole, espiare la colpa di altri.
·   Scontata la colpa con la morte dell'innocente e con il perdono accordato, riprende la storia della discendenza e della grazia.

Come non vedere in questo racconto un altro figlio di Davide, che pagherà con la propria vita la colpa commessa da altri.

Maria, la quinta donna citata da Matteo nella genealogia, è un’umile ragazza ebrea, promessa sposa a Giuseppe, si trova implicata in una gravidanza misteriosa. Sta per essere lasciata, ma si scoprirà come tale gravidanza è opera non di uomo, ma dello Spirito e in cui Matteo legge l'attuazione di un'antica profezia di Isaia.

Rispetto a Betsabea, posta all'inizio della stirpe regale, Maria chiude la discendenza regale. C’è una sorta di contrapposizione tra Betsabea e Maria. Betsabea seduce Davide, che spinto dalla passione per lei commette adulterio e assassinio. Il frutto di tale colpa è un figlio destinato alla morte, quasi a dire che frutto del peccato, come ci ricorda anche Paolo, è la morte.

Ma vediamo come Maria, a differenza di Betsabea, in realtà, è piena di grazia. Infatti, "Giuseppe non generò Gesù da Maria". La catena di "A che genera B, B che genera C",  arrivata a Giuseppe, si interrompe, lo schema si rompe: Giuseppe è un generato che non genera. S’interrompe l'azione dell'uomo e con lui s’interrompe la catena di trasmissione del peccato.

La monotona formulazione genealogica di Matteo, è sostituita da "Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo" (1:16). Attraverso questa interruzione l’evangelista vuole escludere Giuseppe dalla nascita di Gesù. Giuseppe è lo sposo di Maria e il Cristo è generato da Maria. Nel mondo ebraico antico il padre è colui che genera, la madre è colei che partorisce. Qui invece l’evangelista dice: da Maria fu generato Gesù. Giuseppe, come Abraamo, dovrà accettare il figlio come dono. Viene messo davanti alla libertà di accettare o meno il dono che viene da Dio, e allora diventa anche suo figlio.

Vediamo come Maria si ritrova tra un'azione umana (Giacobbe generò Giuseppe) e un'azione divina a cui rimanda il verbo al passivo (fu generato). Maria, dunque, funge da trait-d'union tra la storia del peccato e quella della grazia, così che in Maria, Dio e l'uomo si sono ritrovati di nuovo.

Come Matteo conta le generazioni

Matteo conclude la sua lista genealogica con il v. 17 affermando che "... da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici generazioni; e da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici generazioni" (1:17).

Prendiamo carta e penna per contare il numero delle generazioni e scopriremo che, per quanta buona volontà ci si metta non arriveremo mai alle 42 generazioni (14x3) indicateci da Matteo. Matteo non sapeva contare? Da Abramo a Davide sono quattordici; da Salomone a Ieconia (deportazione a Babilonia) sono quattordici, ma da Salatiel a Gesù sono 13. Ne manca una. Ritiene implicito che Gesù è generato da Dio.

Perché tre gruppi di 14 generazioni?

Colpisce particolarmente il v. 17 con il suo ripetersi insistente, per tre volte, del numero quattordici. Non è pensabile che questo ripetersi di un numero sia un fatto casuale, ma costituisce, invece, un preciso messaggio, che doveva facilmente raggiungere i destinatari.

Sono stati numerosi i tentativi di interpretare questo triplice quattordici. Quello più conosciuto:

·         Il 14 sarebbe dato dalla somma del valore numerico delle consonanti ebraiche del nome Davide: "D W D", "d=4 + w=6 + d=4". Il totale dà 14. Mentre il "tre volte" starebbe ad indicare l'eccellenza della regalità di Gesù, tre volte Davide. Un'ipotesi questa sostenuta da molti autori, ma non è affatto detto che questa sia l’intenzione di Matteo, dato che per lui il nome di Abramo non è meno importante di quello di Davide.

Matteo scandisce la sua genealogia in tre momenti storici:

·   da Abramo a Davide: epoca dei patriarchi e giudici.
·   da Davide all'esilio e più precisamente fino a Giosia, ultimo re citato prima della deportazione. È questa l'epoca dei re.
·   dalla deportazione e più precisamente da Ieconia o Ioiachin, figlio di Eliachim.

Tale numero 3 possedeva in sé una certa sacralità, è il numero della perfezione. Il numero 14 pure, è due volte sette. Soltanto dalla somma dei due sette si giunge al 14, che costituisce una nuova entità, che contiene ed esprime in sé il compimento di due perfezioni: quella di Dio e quella dell'uomo, fatto a sua immagine e somiglianza; soltanto dall'unione collaborativa dei due (7+7) si forma la nuova entità, che trova la sua massima espressione e concretezza in "Gesù, che è chiamato Cristo".  

Quindi il fine di raccontare tutta la storia attraverso i nomi, è dire che tutta questa storia ha un punto di arrivo che è perfetto: tre volte quattordici. Pertanto Gesù viene presentato come il punto di arrivo di tutta la storia umana. Anzi il punto di arrivo di tutta la storia umana è la comunione tra l’uomo e Dio; e Gesù sarà la congiunzione tra l’uomo e Dio, generato dallo Spirito Santo. L’uomo e Dio, divisi dalla colpa, diventano nuovamente una cosa sola. Tale unità ricomposta e ritrovata ha un nome: Gesù di Nazaret, che è chiamato Cristo. 

Il mese lunare in ebraico è composto da 28 giorni e l’evangelista - questo lo troviamo in un commento ebraico dell’epoca, al quale senz’altro Matteo si è ispirato – vuole indicare che con Abramo, capostipite del popolo è iniziata la fase crescente del ciclo lunare. Questo ha raggiunto la sua pienezza in Davide (Davide è in luna piena); con Davide è iniziato il declino che ha portato alla deportazione (l’eclissi), dopo ricomincia la fase crescente, che vede il culmine con Gesù.

Infatti tre volte 14 corrisponde alle sei settimane che hanno preceduto la sua venuta (3 x 14 = 6 x 7). Gesù segna l’inizio della settima settimana della storia, quella finale e decisiva, che avrebbe rappresentato una nuova creazione.

Questa lista di nomi, che poteva sembrare a un primo sguardo noiosa e monotona, ci dice che questa nostra storia è sotto il disegno di Dio, e ha addirittura una misura perfetta, tre volte quattordici.