sabato 7 settembre 2019

LA PREGHIERA DELL'AVE MARIA


La preghiera dell’Ave Maria

Ave! 

In greco è chaire che vuol dire rallegrati! Non è un educato "buongiorno", ma un augurio e un annuncio. Il profeta Zaccaria, annunciando la venuta del re Messia, aveva esclamato (Bibbia LXX): Esulta (chaire) grandemente, o figlia di Sion, manda gridi d'allegrezza, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te (Zac. 9:9). E tre secoli prima il profeta Sofonia aveva usato parole simili: Manda gridi di gioia (chaire), o figlia di Sion! Manda gridi d'allegrezza, o Israele! Rallegrati ed esulta con tutto il cuore, o figlia di Gerusalemme! (Sof. 3:14).  Ora, l’angelo  ripete  la  stessa  cosa:

Rallegrati, Maria! In te, infatti, Dio compirà le sue promesse, compirà le profezie e, per mezzo tuo, la speranza di salvezza del popolo non sarà delusa. E di lì a poco Maria si rallegrerà quando, nel magnificat dirà: "lo spirito mio esulta in Dio mio Salvatore" (Luca 1:47). Luca dunque presenta Maria come la profetica figlia di Sion e la personificazione del popolo eletto che attende il Messia. È la nuova Gerusalemme in cui Dio colloca la sua dimora in mezzo agli uomini. È tempo di gioire e rallegrarsi perché il Messia è stato donato. 

Ogni volta dunque che si dice: Ave, Maria ci si rallegra con Maria ripetendo le stesse parole del vangelo. Salutando Maria, colui che prega dice che il Cristo ci è stato donato attraverso lei. È lei che portandoci Gesù ci porta la gioia, l’esultanza, come letteralmente fece quando entrò in casa di elisabetta. Il medesimo rallegrarsi rivolto a Maria, che lei ha accolto e realizzato in pienezza, è rivolto anche a ciascuno di noi, ogni giorno, quando il Signore ci chiede di entrare nella nostra vita.

Maria

Leggiamo nel vangelo di Luca: "l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea detta Nazaret a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria" (1:26,27). Per gli antichi la scelta del nome aveva un significato di presagio, di augurio: voleva esprimere il destino e la missione della persona che lo portava. 

La parola Maria non fa parte delle parole dell’angelo, ma fa parte della preghiera. L'aggiunta del nome "Maria" alle parole dell'angelo, non è arbitraria, ma intende risaltare il mistero della Donna a cui il saluto è rivolto, ne vuole svelare la natura e precisare la missione. Secondo l'interpretazione più comune il nome "Maria" ha una radice egiziana - "Mry", da cui il nome Meryt - che vuol dire "amata". Meryt-Amon era niente meno che la Grande Sposa Reale di Ramses II. "Meryt-Amon" (amata dal dio Amon) divenne, secondo questa etimologia, Myri-am - "l'amata di Dio", "la prediletta di Dio". 

Il suo nome è indicativo del suo destino eccezionale e della sua missione unica: "Miryam", sarà per sempre la figlia prediletta del Padre, la Madre del Figlio.

Anche noi abbiamo ricevuto un nome, un nome che porteremo per sempre. Dio ci conosce per nome, ama ciascuno nella sua singolarità. La diversità del nome di ciascuno, non siamo numeri, sta a dire che ciascuno ha un compito, un destino unico.

Piena di grazia

L’angelo salutando Maria le dice: "Piena di grazia" (kecharitōménē Luca 1:28, participio passato del verbo charitoō). Un verbo il cui significato è "ricolmata di grazia". Va rilevato che questo verbo greco, come tutti quelli che terminano in "- oō", indica anche una trasformazione. Quindi, qui non si tratta tanto di vedere Maria come la "piena di grazia", ma come "la trasformata" da questa grazia divina. Ci troviamo di fronte, pertanto, a una nuova creazione che è avvenuta in Maria. Dio, che l’ha scelta per affidarle il sommo compito e dignità di madre del Cristo, l’ha circondata di una santità unica. 

L’angelo non chiama per nome Maria. Il suo nome è sostituito dall'espressione "piena di grazia". Questo è il nuovo nome che viene dato dall'angelo a Maria. Il cambio di nome per l'ebreo significa la trasformazione che avviene in una persona, che la designa come una nuova creatura, assegnandole una nuova missione e un nuovo senso della sua vita.

Il Signore è con te

Quando l’angelo le disse: Il Signore è con te, Maria capì che queste parole erano una chiamata al servizio di Dio per una missione che interessava il destino del suo popolo. 

Così, infatti, era iniziata la chiamata di Abramo: Non temere, o Abramo, io sono il tuo scudo (Gen. 15:1). E a Mosè, mandato a liberare il suo popolo: Io sarò con te (Es. 3:12). Così a Giosuè, a Gedeone, a Geremia, a Davide e a tutti coloro che chiama per una missione di salvezza, Dio ripete sempre: Non temere: Io sono con te. 

Maria si sente piccola, umile, sproporzionata alla grandiosità del piano di Dio: "Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?"  (Luca 1:34). Ma l'angelo la rassicura: non temere, abbi fiducia, non contare sulle tue forze ma sulla potenza del Signore! A Maria viene assicurato l’aiuto di Dio per realizzare questa grande missione: Il Signore è con te. 

Maria crede e si offre a Dio in una donazione totale: Ecco, io sono l'ancella del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola (Luca 1:38). Queste sono le parole della fede, della disponibilità, dell’amore: sono il riassunto della vita di Maria.

Dio assicura a ciascuno di noi la sua presenza: "Non temere io sono con te" e ci ripete: "Io sono  con voi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente" (Mat. 28:20). Non siamo mai soli, nel compito che egli ci ha affidato ci assicura l’aiuto della sua grazia per portarlo a termine.     

Tu sei benedetta fra le donne

Queste non sono più le parole dell’angelo, ma di Elisabetta:

E avvenne che come Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le balzò nel seno; ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e a gran voce esclamò: Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno! (Luca 1:41,42)

Anche il figlio che Elisabetta porta in grembo nonostante l'età avanzata, partecipa della gioia della madre: "Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto m'è giunta agli orecchi, il bambino mi è per giubilo balzato nel seno" (Luca 1:44).

Nell'Antico Testamento, ricorre spesso la parola "benedizione" (berakha), che è comunicazione di vita da parte di Dio. Nel significato dell’ebraico barak, c’è al tempo stesso il gesto di donare e lo stato del dono. Nella benedizione c’è dunque in origine una potenza che opera, una forza di salvezza che si trasmette. È Dio che benedice, che dà forza, successo, discendenza numerosa, pace, sicurezza.   

La benedizione è il segno del favore di Dio impresso nella creatura: non un semplice augurio come è diventato nel tempo, ma un segno efficace che raggiunge lo scopo per cui è dato. Maria è la benedetta per eccellenza. È lo Spirito Santo che per bocca di Elisabetta benedice Maria, ricolma di grazia. 

Dio la benedice in modo unico e Maria, a sua volta, risponde alla benedizione: "il Potente mi ha fatto grandi cose. Santo è il suo nome" (Luca 1:49).

Paolo dirà: "Benedetto sia l'Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti d'ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo" (Efes. 1:3). Attraverso Cristo, figlio di Maria, il Padre ha riversato su ciascuno di noi la sua vita. Noi come Maria lo lodiamo per questo dono straordinario di grazia.

e benedetto è il frutto del tuo seno

Elisabetta, dopo aver riconosciuto Maria come la benedetta fra le donne, riconosce il frutto benedetto che ella porta nel grembo. Gesù, prima di essere «frutto» di Maria, è «frutto» dello Spirito  Santo (cfr.  Luca 1:35, Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà, sarà chiamato Figlio di Dio). Gesù è il Benedetto per eccellenza, eppure è frutto del seno di Maria: tanto soprannaturale è stato il suo concepimento, quanto normale è stata la gestazione della Vergine. Gesù è frutto del seno di Maria nel senso più pieno e reale. Soprannaturale è il concepimento, ma normale la gestazione. Per nove mesi, come ogni altra donna, Maria custodisce il Verbo fatto carne nel proprio utero, lo sente crescere, ne avverte i movimenti, lo alimenta, gli trasmette il proprio sangue e la propria vita. Questo «frutto» straordinario è stato provocato dall'azione dello Spirito, ma è comunque legato alla carne, al sangue, alla materia. Ha avuto bisogno del normale grembo di una donna.

Dio si è reso visibile attraverso la strada più naturale e vitale. Madre e figlio sono due realtà indissolubili e complementari; due realtà che insieme realizzano il mistero più grande che ci sia mai stato nel mondo. 

Nella fede, dice sant’Ambrogio, anche noi siamo chiamati a concepire spiritualmente il Figlio, a farlo crescere in noi per poterlo donare al mondo.

Gesù

Siamo nel cuore dell'«Ave  Maria».  Fu il  Papa  Urbano  IV  (1261-1264)  che  ordinò l'aggiunta di "Gesù" come conclusione della prima parte. 

La prima parte della preghiera si apre col nome di Maria e si chiude con quello di Gesù. Il nome di Gesù rappresenta il normale punto d'arrivo. Tutta la storia della salvezza è preparatoria a questo nome santo che sta al centro del mondo, della storia e del cuore di ogni uomo: "Gesù", "poiché non v'è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati" (Atti 4:12).

Gesù, nome molto frequente a quei tempi, significa letteralmente "Yahweh salva". Gesù è quindi il nome che indica la salvezza operata da Dio attraverso il frutto del seno di Maria. Gesù ci salva. È il Salvatore. 

Maria ci porta Gesù. Ogni incontro con lei si risolve in un incontro con Cristo stesso: onorando la madre, il Figlio è debitamente conosciuto, amato, glorificato.

Pronunciando il suo Nome – Gesù - secondo la tradizione ebraica noi provochiamo una presenza, una speciale protezione, una unione e comunione con il Salvatore. Gesù è un nome da invocare, sia con il cuore che con le labbra. La spiritualità orientale antica ci ha trasmesso una invocazione semplice e ricca di contenuto: "Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore". È la cosiddetta «preghiera del cuore». È una preghiera di poche parole, intensa e accorata che riempie il cuore:

Κύριε Ιησού ΧριστέYιέ Θεού ελέησον με τον αμαρτωλό: 
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio  abbi pietà di me, peccatore

In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. 

Quando concludiamo la prima parte dell’Ave Maria con il nome di Gesù, risvegliamo in noi i sentimenti di una grande ammirazione per Maria, e rinnoviamo per mezzo di lei la nostra consacrazione a Gesù.

Santa Maria

La proclamazione della santità di Maria ci introduce nella seconda parte della preghiera. Maria è detta santa. Che vuol dire? Santo è ciò che entra in relazione con Dio e partecipa della Sua santità. Molte sono le persone e le cose dette "sante": il popolo di Israele, i Profeti, gli Apostoli, il tempio, l'altare, Gerusalemme, la Chiesa. 

Alla base della nostra santità c’è un dato oggettivo: la grazia santificante. Si riceve nel battesimo e rende l'anima splendente e luminosa: per questo è simboleggiata dalla veste candida. Ora, questa  grazia santificante che si riceve nel battesimo è stata ricevuta con sovrabbondanza da Maria. L’anima di Maria è bella e luminosa. Maria è santa perché lo Spirito Santo l'ha resa strumento e luogo della sua presenza divina. Gli antichi padri della Chiesa chiamavano Maria la tutta santa, salutata dall’angelo come "piena di grazia".

La santità di Maria, però, non è soltanto il frutto dell’intervento di Dio, ma è anche il frutto della sua libera volontà. La sua santità è maturata in un cammino di fede che l’ha portata a donarsi a Dio: Ecco, io sono l'ancella del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola (Luca 1:38). Il suo sì è per tutti i cristiani lezione ed  esempio per fare dell’obbedienza alla volontà del Padre la via e il mezzo della propria santificazione. 

Il suo esempio è qualcosa di presente nella Chiesa, ci guida e ci stimola alla santità. 

Madre di Dio

Ora viene la questione sul termine: "Maria madre di Dio". Questo appellativo è a rigor di termini, assurdo. Dio non ha una madre, perché è eterno. In greco è Theōtokos e in latino Dei Genitrix, cioè colei che ha partorito Dio. È la definizione data nel Concilio di Efeso del 431. Si è arrivati a questa definizione non senza polemiche. Il fatto è che se Maria è madre di Cristo, dunque è madre di Dio, colei che ha partorito Dio nella sua natura umana.

Luca 1:43 "
E come mai m'è dato che la madre del mio Signore venga da me?"

Signore = Dio. Nella Bibbia e soprattutto nel contesto del vangelo di Luca ne abbiamo numerosi esempi!

Prima di Luca 1:43:

Luca 1:6 Or erano ambedue giusti nel cospetto di Dio, camminando irreprensibili in tutti i comandamenti e precetti del Signore (=Dio)

Luca 1:9 secondo l'usanza del sacerdozio, gli toccò a sorte d'entrar nel tempio del Signore (=Dio) per offrirvi il profumo;

Luca 1:11 E gli apparve un angelo del Signore (=Dio), ritto alla destra dell'altare de' profumi.

Luca 1:15 Poiché sarà grande nel cospetto del Signore (=Dio); non berrà né vino né cervogia, e sarà ripieno dello Spirito Santo fin dal seno di sua madre,

Luca 1:16 e convertirà molti dei figli d'Israele al Signore Iddio loro;

Luca 1:17 ed egli andrà innanzi a lui con lo spirito e con la potenza d'Elia, per volgere i cuori dei padri ai figli e i ribelli alla saviezza dei giusti, allo affin di preparare al Signore (=Dio) un popolo ben disposto.

Luca 1:25 Ecco quel che il Signore (=Dio) ha fatto per me nei giorni nei quali ha rivolto a me lo sguardo per togliere il mio vituperio fra gli uomini.

Luca 1:28 E l'angelo, entrato da lei, disse: Ti saluto, o favorita dalla grazia; il Signore (=Dio) è con te.

Luca 1:32 Questi sarà grande, e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre,

Luca 1:38 E Maria disse: Ecco, io son l'ancella del Signore (=Dio); mi sia fatto secondo la tua parola. E l'angelo si partì da lei.

Dopo Luca 1:43:

Luca 1:45 E beata è colei che ha creduto, perché le cose dettele da parte del Signore (=Dio) avranno compimento.

Luca 1:46 E Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore (=Dio)

Luca 1:58 E i suoi vicini e i parenti udirono che il Signore (=Dio) aveva magnificata la sua misericordia verso di lei, e se ne rallegravano con essa.

Luca 1:66 E tutti quelli che le udirono, le serbarono in cuor loro e dicevano: Che sarà mai questo bambino? Perché la mano del Signore (=Dio) era con lui.

Luca 1:68 «Benedetto sia il Signore (=Dio), l'Iddio d'Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo,

Luca 1:76 E tu, piccolo fanciullo, sarai chiamato profeta dell'Altissimo, perché andrai davanti alla faccia del Signore (=Dio) per preparar le sue vie,

Luca 2:9 E un angelo del Signore (=Dio) si presentò ad essi e la gloria del Signore (=Dio) risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.

Luca 2:9 E un angelo del Signore (=Dio) si presentò ad essi e la gloria del Signore (=Dio) risplendé intorno a loro, e temettero di gran timore.

Luca 2:15 E avvenne che quando gli angeli se ne furono andati da loro verso il cielo, i pastori presero a dire tra loro: Passiamo fino a Betleem e vediamo questo che è avvenuto, e che il Signore (=Dio) ci ha fatto sapere.

Luca 2:22 E quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la legge di Mosè, portarono il bambino in Gerusalemme per presentarlo al Signore (=Dio)

Luca 2:23 com'è scritto nella legge del Signore (=Dio): Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore,

Luca 2:23 com'è scritto nella legge del Signore (=Dio): Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore,

Luca 2:24 e per offrire il sacrificio di cui parla la legge del Signore (=Dio), di un paio di tortore o di due giovani piccioni.

Luca 2:26 e gli era stato rivelato dallo Spirito Santo che non vedrebbe la morte prima d'aver veduto il Cristo del Signore (=Dio).

Luca 2:29 «Ora, o mio Signore (=Dio), tu lasci andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola;

Ci possono essere dubbi che il "Signore" di Luca 1:43 si riferisca a Dio? Naturalmente Maria è madre di Dio-uomo. Il Figlio è eterno come il Padre e lo Spirito Santo, ma quando il Figlio scelse di incarnarsi, entrò nella storia umana, incarnandosi nel seno di Maria vergine, Dio-Figlio, il Verbo, divenne Dio-uomo.

Maria quindi è madre del Verbo incarnato chiamato Gesù Cristo! Dio con noi. Maria non diede la divinità a Gesù, ma solo la carne.

Riconosciamo la duplice natura di Cristo: la divina per cui è uguale al Padre, l'umana per cui è uguale all’uomo. L'una e l'altra unite non sono due, ma un solo Cristo.

Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi scegliendo una madre da cui nascere. Se decise di abitare in una tenda, cosa c’è di strano se decise di abitare in una donna? Maria, umile creatura, nata nel tempo, può chiamare veramente figlio mio, il Figlio di Dio, e Colui che è da sempre nel seno del Padre può chiamarla Madre. 

La Scrittura ci dice anche che Maria ci è stata data come madre presso la croce del Cristo. Leggiamo nel vangelo secondo Giovanni:

Or presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria moglie di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch'egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua. (Giov. 19:25-27)

Maria accoglie con amore il dono di questa nuova maternità, come una sorta di prolungamento della prima. È la Madre del Cristo totale. È la madre della Chiesa.

Maria ha avuto Dio dentro di sé. Dal momento dell’annunciazione è diventata l’Arca santa di Dio, la dimora di Dio fatto uomo. C'è un evidente parallelo fra l'Arca dall'alleanza e Maria.

La scena della visita a Elisabetta (Luca 1:39-45) è teologicamente improntata all’episodio del trasporto dell’arca in Giudea narrato in 2Sam. 6:12ss. In questo testo di Samuele si dice che al passaggio dell’Arca esplode la gioia del popolo, e Davide stesso si mette a danzare con tutte le sue forze davanti all’Arca. In Luca, il passaggio di Maria suscita gioia a Elisabetta e in Giovanni Battista il quale, ancora nel seno di sua madre, salta e danza come Davide di fronte all’Arca.

Il passaggio dell’Arca avviene "con gioia" (2Sam. 6:12) e la visita di Maria a Elisabetta è "con giubilo" (1:44); il figlio di Elisabetta giubila alla presenza di Maria.

Come il popolo grida di fronte all’Arca (2Sam. 6:15 "con giubilo e a suon di tromba"), così Elisabetta grida di fronte a Maria (1:42 "esclamò con gran voce"), e proclama la beatitudine di Maria.

Luca è molto preciso e quando dice che Elisabetta davanti a Maria "esclamò con gran voce", utilizza un verbo che si trova soltanto qui in tutto il NT (anephōnēsen), ma nel VT della LXX designa un’esclamazione liturgica connessa in modo particolare con la cerimonia del trasporto dell’Arca:

Così tutto Israele portò su l'arca del patto dell'Eterno con grida di giubilo e al suono di corni, di trombe [anaphōnountes], di cembali, di cetre e di arpe (1Cron: 15:28).

Come il viaggio dell’Arca si svolge nel paese di Giuda, così è anche del viaggio di Maria: "Poi [Davide] si levò e partì con tutto il popolo che era con lui da Baale di Giuda" (2Sam. 6:2), "Maria si levò e se ne andò…in una città di Giuda" (Luca 1:39).

L’Arca viene portata in casa di Obed-Edom (2Sam. 6:10) e Maria entra nella casa di Zaccaria (Luca 1:40).

Maria rimase tre mesi (Luca 1:56) nella casa di Zaccaria, proprio come l’Arca rimase tre mesi (2Sam. 6:11) nella casa di Obed-Edom.

Sia l’Arca che Maria spandono benedizione con la loro sola presenza. Infatti la presenza dell’Arca in casa di Obed-Edom fece sì che il Signore benedicesse Obed-Edom e tutta la sua casa (2Sam. 6:11); la presenza di Maria fa sussultare di gioia il bambino nel seno di Elisabetta e provoca la discesa dello Spirito Santo su Elisabetta e su Giovanni Battista (Luca 1:41-44).

Maria, che è stata adombrata dallo Spirito Santo e che porta nel seno il Figlio dell’Altissimo, porta con sé quella potenza dello Spirito Santo che scende su Giovanni e lo fa trasalire, saltare e danzare di gioia. È una Pentecoste.

È dunque abbastanza chiaro che l’intenzione teologica di Luca è di dirci che Maria è l’Arca. Nel racconto del trasporto dell’Arca, Davide aveva detto: "Come può venire da me l’arca dell’Eterno?" (2Sam. 6:9), ed Elisabetta ripete lo stesso grido davanti a Maria: "E come mai m'è dato che la madre del mio Signore venga da me?" (Luca 1:43). Invece di Arca del Signore abbiamo madre del mio Signore.

Luca, con questa esegesi teologica di 2Sam. 6, è partito dal fatto storico del trasporto dell’Arca, per mostrare Maria come Arca, il luogo della presenza del Signore.

Capiamo perché il mistero di Maria è così centrale nella fede cristiana. C’è un motivo, non è una favoletta devozionale. Maria rappresenta il nuovo rapporto tra Dio e l’uomo che nasce con l’annunciazione… in cui l’uomo scopre di poter portare Dio dentro di sé. Siamo chiamati a far nascere Cristo in noi.

Prega per noi 

Bisogna innanzi tutto demolire l’idea di fare di Maria qualcuno di più buono di Dio. Questo è un errore. Nessuno ci ama più di Dio e nessuno è più buono verso noi di Lui. Non ci sono mediazioni fra il Padre e i figli, salvo il Figlio che ci ha dato di essere suoi coeredi, di essere veramente figli, grazie alla sua Incarnazione, alla sua morte e alla sua risurrezione. Maria non può che essere un pallido riflesso dell’amore di Dio. Allora perché chiedere a Maria di pregare per noi? Maria è forse una scorciatoia per arrivare a Dio? Non è certo questo.

Questa è la comunione dei santi. I santi morti nella carne sono sempre vivi, ed esercitano quella carità che non passerà mai. Non siamo soli. Preghiamo nella Chiesa e con la Chiesa. La nostra preghiera non è un grido solitario in un deserto, ma una nota che si inserisce nell’armonia del canto di tutta la Chiesa. La Chiesa è un corpo, animato e vivificato dallo Spirito Santo, e composto da cellule viventi, legate le une alle altre. Fra queste, i santi sono coloro che sono stati più lavorati dallo Spirito e più lavorano per il bene degli altri, anzi diventano canali della forza dello Spirito verso il corpo. Fra loro, la Vergine Maria, per misterioso disegno di Dio, ha un posto unico nel corpo, e dunque anche nella preghiera del corpo. 

Gesù disse al ladrone sulla croce: "oggi tu sarai con me in paradiso" (Luca 23:43). Se gli disse così, sicuramente era per premiare la fede del ladrone, e il premio era trovarsi alla presenza di Dio, e gioire della gloria di Dio!

Se non fosse così, Gesù avrebbe potuto dire al ladrone: "Ti prometto che alla fine dei tempi tu avrai un posto in Paradiso", oppure "ti prometto che risorgerai". Invece gli disse: "Oggi tu sarai con me in paradiso", oggi stesso quindi gioirai della presenza di Dio in Paradiso!

Quindi in Paradiso non si dorme, non ci sono sale di attesa, ma si gode della presenza di Dio, e si continua ad esercitare quella carità che non verrà mai meno. 1Cor. 13:8 "La carità non verrà mai meno... ".

Il Messia in piedi nella visione di Stefano (Atti 7:56) sottolinea la sua attività nell'accogliere il martire nella gloria ("Ecco, io vedo i cieli aperti, e il Figlio dell'uomo in piedi alla destra di Dio").

Ecco allora Maria, che sicuramente è alla presenza di Dio, che esercita la carità (amore), e quindi prega suo Figlio Gesù per noi. Maria prega per noi peccatori perché è viva in paradiso, come lo è il ladrone che il 15 di Nisan dell'anno 30, arrivò in paradiso con Gesù!

Che poi i morti risuscitino anche Mosè lo dichiarò nel passo del «pruno», quando chiama il Signore l'Iddio d'Abramo, l'Iddio d'Isacco e l'Iddio di Giacobbe. Or Egli non è un Dio di morti, ma di viventi; poiché per lui vivono tutti (Luca 20:37,38).

"Poiché per lui vivono tutti". Non dice "vivranno tutti", ma "vivono tutti". È evidente che Gesù considera viventi tutti i padri, i santi, i profeti, i servi di Dio che erano morti nella carne nei secoli passati.

"Egli non è un Dio di morti, ma di viventi". Solo i protestanti/evangelici non se ne sono accorti, purtroppo!

I protestanti non chiedono preghiere ai fratelli? Quando conviene le chiedono, quando invece devono falsificare gli insegnamenti biblici, dicono di rivolgersi direttamente a Gesù.

Certamente ci si può rivolgere direttamente a Gesù, ma se si chiede l'aiuto di uno o più santi, è perfettamente biblico, perché la preghiera d’intercessione è un dovere.

Per loro i santi morti nella carne, ma vivi in Paradiso, non possono pregare per noi, ma la Bibbia dice diversamente, perché Dio è il Dio dei vivi, non dei morti!

Tutti i santi in Paradiso vivono ora... e non alla fine dei tempi! Quindi è perfettamente biblico chiedere ai santi in paradiso di pregare per noi!

Maria è la Madre che intercede e ci viene in aiuto: così appare soprattutto alle nozze di Cana. Maria come madre coopera ancora col Figlio Redentore. Questo ruolo non è certo esclusivo di Maria, perché è il ruolo di tutti i santi in cielo e sulla terra, tuttavia in Maria esso riveste una intensità particolare in virtù dell’essere madre di Cristo e madre nostra. Maria ha un ruolo particolare nell’intercessione.  

Ecco allora l'invocazione: Maria, prega per noi! Dì una parola in nostro favore! Intercedi presso Dio! Intercedere significa intervenire a favore di qualcuno; mediare, fare qualcosa a suo favore; "strappare" un esaudimento, come faceva Mosè. Maria può intercedere, vuole intercedere. 

Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa. Se diciamo Maria, lei dice Gesù. Nell’Ave Maria si manifesta la purezza e la trasparenza di Maria, tanto che nulla si ferma ad essa, tutto passa a Dio.

peccatori

Questa preghiera d’intercessione è per noi peccatori. A Maria ci rivolgiamo consapevoli di essere, come tutti, peccatori, malati di peccato. Dicendo peccatori, noi diciamo l’urgenza di questa intercessione. Il peccato infatti è un seme di morte. Se prendiamo coscienza del nostro peccato, la preghiera è una necessità. Riconosciamo la nostra situazione di peccato e chiediamo a Maria di pregare per noi, lei che ha visto il terribile volto del peccato riflesso sul corpo insanguinato di suo Figlio sul Calvario.  

C’è una antichissima preghiera giunta a noi su un papiro egiziano del III secolo. La sua eccezionale importanza viene dal fatto che vi compare il titolo di "Madre di Dio" molto prima del solenne pronunciamento del Concilio di Efeso:

Sotto la tua protezione ci rifugiamo,
o Santa Madre di Dio.
Ascolta le preghiere
che ti rivolgiamo nelle nostre difficoltà,
e liberaci sempre da ogni male,
o Vergine gloriosa e benedetta.

Quando ci affidiamo a lei, la nostra causa, anche se disperata, è in buone mani. Non abbiamo titoli e meriti da rivendicare, se non quelli di essere iscritti nella lista dei bisognosi. È questa la condizione che ci dà garanzia di essere esauditi: riconoscere che siamo bisognosi di tutto, e che nulla siamo senza l'aiuto del suo Figlio e senza quella intercessione che ella può caldeggiare con materno amore.

Adesso

Adesso, cioè: subito! È l’urgenza della preghiera. Se diciamo "prega per me", può essere una frase fatta, senza spessore. Ma se diciamo "prega per me subito", la cosa diventa seria. Ma oltre alla immediatezza c’è anche la durata. Adesso è tempo presente, quindi è qualcosa di continuo e costante. Maria ci accompagna sempre, lungo il cammino della vita. L'uomo, bisognoso di Dio, ha bisogno sempre.    

In questa ultima frase della preghiera c’è un forte senso del tempo: lo scorrere del tempo può provocare angoscia,  specie dopo una certa età. Non possiamo fermarlo, non possiamo recuperarlo. Ma proprio perché la vita umana è all'insegna della precarietà, ha bisogno di essere protetta e assicurata in ogni momento. 

Troppo spesso viviamo con lo sguardo rivolto al passato, o proiettato verso il futuro, e in questa maniera perdiamo i momenti decisivi, quelli dell'oggi. Viviamo di ricordi, di rimpianti, di nostalgie, oppure di sogni o di illusioni. In questo modo non riusciamo ad afferrare l'adesso, il momento favorevole, il messaggio di oggi, la grazia di oggi.

Ma l'uomo maturo e illuminato non si fa distrarre nei confronti del presente: lo alimenta con la memoria del passato e con l'attesa del futuro, ma lo vive con intensità, con responsabilità, nella certezza che è proprio il presente ciò che conta, e che questo presente non tornerà mai più. Pregando adesso e per l'adesso, noi chiediamo a Maria di non abituarci alla vita, ma di scoprirla ogni giorno per quello che realmente è: un dono che si riceve e che si deve far fruttare.
 
La vita va celebrata con stupore e riconoscenza, ogni giorno e in ogni istante, per non renderla banale, per non disperderla, per non sciuparla. Per recuperare il senso del saper donare e di lodare, con amore e per amore. Aiutaci, Maria, adesso.

e nell’ora della nostra morte

Dopo la successione degli "adesso", verrà un "adesso" che segnerà la fine, e, con essa, la partenza da questo mondo. Ogni volta che si fa questa preghiera si pronuncia questa temuta parola: morte! Temuta, esorcizzata, allontanata, ignorata, ma sempre presente. Mettendoci faccia a faccia con le nostre paure, l'Ave Maria ci richiama alla mente questa realtà. 

Che cosa possiamo fare? Dobbiamo continuare ad allontanare, a minimizzare, a sottovalutare l'evento più importante e decisivo della nostra esistenza? Certo che no! Meglio accettare la realtà delle cose: accettare fin d'ora, per allora, quello che accadrà, e, fin d'ora prepararlo con responsabilità ed equilibrio. E proprio con l'aiuto di Maria. La vita prepara la morte, perché una "buona morte", come diceva P. Mssimiliano Kolbe, "non si improvvisa, ma si merita con tutta la vita". 

Il pensiero della morte ci richiama all'urgenza di non sciupare nulla di quello che la vita offre nel suo scorrere quotidiano, e di sfruttare per il meglio ogni attimo che via via essa ci dona.  

Con le ultime parole dell’Ave Maria noi mettiamo nelle mani della Madonna quell’ora decisiva. Noi crediamo che Gesù ha vinto la morte. Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha prodotto in luce la vita e l'immortalità mediante l'Evangelo (2Tim. 1:10). Certa è questa parola: che se moriamo con lui, con lui anche vivremo (2Tim. 2:11). Anche in questo Maria è per noi segno di speranza: il sonno del bambino che si addormenta sul cuore della mamma. È la fine dell’esilio e si entra in possesso dell'eredità dei santi nella luce.

Amen

Amen è un'acclamazione ebraica intraducibile che, dalla Bibbia, fin dai primi tempi, passò nella liturgia cristiana. Viene dalla radice àman, ed esprime certezza e verità. Per questo, Gesù è detto l'Amen, perché è il testimone fedele e verace (Apoc. 3:14). Amen è l'assenso a ciò che Dio promette, esprime l’atto di fede: Amen! così è!

martedì 20 agosto 2019

CHI SONO COLORO CHE...?


CHI SONO COLORO CHE…?


• Hanno inventato il comunismo.

• Stanno dietro il femminismo.

• Stanno dietro il multiculturalismo dei popoli.

• Stanno dietro l'anticristianesimo.

• Stanno dietro il governo mondiale.

• Sono per il "divide et impera".

• Sono stati e sono commercianti di schiavi.

• Stanno censurando la libertà di parola.

• Sono cittadini con doppio passaporto, senza lealtà nei confronti della tua nazione.

• Sono i promotori della moda, per cui tua figlia veste come una prostituta.

• Sono la Federal Reserve, Wall Street, la Banca Mondiale e i creatori del denaro.

• Sono l’usura, il prestito della riserva frazionaria, e la valuta mondiale.

• Sono i finanziatori e i proprietari delle multinazionali.

• Sono Hollywood, il giornalismo scandalistico e la pornografia.

• Sono il sistema giudiziario corrotto che libera i colpevoli e imprigiona gli innocenti.

• Sono coloro che defraudano il tuo paese senza scrupoli.

• Sono la tua ultima e la tua prossima guerra.

• Sono per i confini aperti.

• Sono per il dominio.

• Sono il complesso industriale militare.

• Sono uno Stato nucleare non regolamentato.

• Sono creatori del terrorismo.

• Sono coloro che riscrivono la storia a loro vantaggio.

• Sono per l’inganno.

• Sono aggressori, ma risultano sempre vittime.

• Chi sono?

 

CHI SONO? FACILE: GLI ESQUIMESI!


mercoledì 14 agosto 2019

IN ONORE DI MARIA - LE NOZZE DI CANA


I protestanti, che non vogliono riconoscere alla Vergine il ruolo assegnatale dai cattolici, hanno indottrinato che, nel racconto di Cana, Gesù intese evidenziare la netta separazione tra la propria persona e la madre-donna, la quale non doveva interferire nelle questioni divine.

"1Tre giorni dopo, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù. 2E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3E venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. 4E Gesù le disse: Che v'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta. 5Sua madre disse ai servitori: Fate tutto quel che vi dirà" (Giov. 2:1-5).

La novità dei tempi messianici sono scanditi da Giovanni secondo una sequenza temporale di sette giorni, raccolti in cinque narrazioni, che richiamano da vicino la settimana della creazione genesiaca, facendo dell'evento Gesù e della nuova comunità messianica una nuova creazione:

1) primo giorno (1:19-28): 
Queste cose avvennero in Betania al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (v. 28).

2) secondo giorno (1:29-34):
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli (v. 29)

3) terzo giorno (1:35-42):
Il giorno seguente, Giovanni era di nuovo là con due dei suoi discepoli (v. 35)

4) quarto giorno (1:43-51):
Il giorno seguente, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo, e gli disse: Seguimi (v. 43)

5) settimo giorno (2:1-11):
Tre giorni dopo, si fecero delle nozze in Cana di Galilea, e c'era la madre di Gesù (v. 1)

La traduzione di Giov. 2:1 non è corretta: nel testo greco non c’è scritto "tre giorni dopo", ma "il terzo giorno". È strano che Giovanni dopo aver ripetuto, quasi con fare ossessivo, l'espressione "il giorno seguente", apra il cap. 2 con le parole kai tē hēméra tē tritē, "e al giorno terzo"; è talmente strano che i traduttori hanno pensato di rendere il racconto narrativamente più logico traducendo "tre giorni dopo". Ma se Giovanni ha preferito scrivere "il terzo giorno", ciò è dovuto a un duplice motivo: a) nell'AT l'espressione "terzo giorno" ricorre 30 volte e indica sempre il giorno dell'accadere di un evento significativo; b) nel N.T. ricorre 12 volte, di cui 11 si riferiscono alla risurrezione di Gesù. Il terzo giorno, dunque, ha una valenza particolare: esso parla di un accadimento significativo e questo è la risurrezione di Gesù. Non a caso il racconto delle "nozze di Cana" si apre con l'espressione "il terzo giorno" e si conclude affermando che in questo giorno Gesù manifestò la sua gloria (v. 11). Il racconto, dunque, ha come sfondo la risurrezione.

La narrazione è fortemente simbolica. Abbiamo visto come questo "terzo giorno" in realtà è il "settimo giorno" del Vangelo di Giovanni; ma nello stesso tempo si presenta come "terzo giorno". È ambivalente, e anche i fatti che accadono in questo terzo giorno, di conseguenza, assumono significati ambivalenti.

L’evangelista inizia il suo vangelo con un chiaro riferimento alla Genesi, e qui, il settimo giorno dice il compiersi di un tempo, quello veterotestamentario, giunto a suo compimento e, quindi, venuto a scadere. Anche la festa di nozze, pertanto, in questo contesto teologico, è giunta al suo termine. Lo lascia intendere lo stesso maestro di tavola, che rivolto allo sposo, lo loda per aver conservato il vino buono fino alla fine (v. 10).

9E quando il maestro di tavola ebbe assaggiata l'acqua ch'era diventata vino (or egli non sapeva da dove venisse, ma ben lo sapevano i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto largamente, il meno buono; tu, invece, hai serbato il vino buono fino ad ora.

La festa delle nozze allude all'alleanza tra Dio e il suo popolo, espressa nella Torah. Spesso il rapporto Dio-Israele viene metaforicamente indicato come il rapporto tra la sposo (Dio) e la sposa (Israele). Creato questo contesto di festa nuziale, metafora di un tempo giunto ormai al suo compimento, Giovanni vi colloca dentro la madre di Gesù: "e c’era la madre di Gesù" (v. 1). Il passo conferma il ruolo della Vergine nel racconto. Non solo compare per prima, ma è anche la prima, nel giorno del primo miracolo, a parlare.

Il v. 2 mette all'interno di questa festa nuziale, dove già si trova la madre di Gesù, anche Gesù e i suoi primi discepoli. Gesù, dunque, si colloca, come sua madre, all'interno del mondo veterotestamentario, e non poteva essere diversamente.

vv. 3-5 sono riservati al dialogo tra Gesù e sua madre, da cui emergerà la relazione tra i due e, in particolar modo, l'evoluzione spirituale di Maria, che è chiamata a collaborare con suo figlio alla missione che il Padre gli ha affidato. Si tratterà per Maria di passare dal "settimo giorno", in cui si trovava, al "terzo giorno".

Il terzo giorno non è come il sette, che è il punto di arrivo e di una compiutezza giunta a maturazione; per questo il sette indica la perfezione, ma anche la fine di un'opera, a cui non c'è più nulla da aggiungere. È proprio nel settimo giorno, infatti, che Dio porta a compimento la creazione, la conclude e l’affida all'uomo perché la lavorasse e la custodisse (Gen. 2:15). Il tre, invece, parla sempre del superamento di una dualità, aprendo a qualcosa di nuovo: è nel terzo giorno che Dio scende sul monte Sinai; il terzo giorno un sacrificio non poteva più essere mangiato ma doveva essere bruciato. Le nozze di Cana si collocano nel terzo giorno, in cui la "madre di Gesù" diventa "donna", prendendo parte alla missione del Figlio; mentre Gesù manifesta la sua gloria. Ecco allora che queste nozze, collocate nel terzo giorno acquisiscono un significato completamente nuovo, parla di un'era messianica, di cieli nuovi e di terra nuova.

Il v. 3 ci presenta il motivo su cui è incentrato tutto il racconto: "E venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino". Ecco il problema: il vino è venuto meno nel corso della festa nuziale e si constata che non ce n'è più. Un banchetto nuziale senza vino rende insipida la festa.

Se si pensa alle nozze come al rapporto tra Dio e il suo popolo, allora la mancanza di vino, bevanda che esprime l'abbondanza dei tempi messianici e la pienezza del rapporto tra Dio e il suo popolo, denuncia come questo rapporto sia venuto meno. La mancanza di vino evidenzia la sterilità di un culto che era diventato vuoto, che Gesù denuncerà nell'episodio di quel fico ricco di foglie ma privo di frutti e che colpirà con la sua maledizione.

Venendo a mancare il vino, Maria si preoccupa subito, segnalando la cosa a suo figlio. È una preoccupazione materiale. Si tratta di tappare un buco organizzativo, nato probabilmente da una cattiva valutazione. Il rapporto che Maria ha qui con Gesù è ancora di tipo terreno. 

Il v. 4 riporta l'incredibile risposta di Gesù: "E Gesù dice a lei: Che v’è fra me e te o donna? Non è ancora giunta la mia ora". La risposta di Gesù a sua madre sembra essere di una villania e di un egoismo unici, quasi offensivi. Ha forse presenziato alle nozze per insegnarci a disprezzare la madre? Era andato alle nozze di un uomo che prendeva moglie per generare dei figli, e che certamente aspirava a essere onorato dai figli; e Gesù avrebbe partecipato alle nozze per mancare di rispetto alla madre? È impossibile che Gesù abbia offeso la madre pubblicamente, durante un ricevimento al quale era lei ad essere stata invitata in una posizione di riguardo, come evidenziano i vv. 1-2. Può un figlio dire che non ha nulla a che fare con sua madre?

Il greco ha: ti emoi kai soi, dove abbiamo ti + pronome personale dativo + kai + dativo, che sarebbe: che cosa a me e a te? Già nel greco classico in Platone (Gorg. 455D2), e poi in Porfirio (Abst 4.18), ti + dativo in una domanda significa "che cosa importa (a te/a noi?)". Ulteriori conferme vengono dall’esegesi patristica in una lettera di Teodoreto a Giustino, dove per questo autore, ti emoi kai soi significa: "Che cosa (importa) a me e a te?" È interessante anche la traduzione della Vulgata che recita Quod mihi et tibi est, mulier [']; nondum venit hora mea; (che cosa è a me e a te donna? Non è venuta l’ora mia) l’aggiunta del verbo essere dà l’esatta percezione che i latini avevano della risposta di Gesù, certo ben diversa da quella delle nostre traduzioni.

Rimanendo aderenti alla traduzione letterale, visto che per renderla più chiara in italiano è necessario aggiungere un verbo, si può dire "che cosa importa a me e a te", oppure, "che cosa si può fare sia io che te", oppure "la cosa non ci riguarda", "è una cosa che non dovrebbe interessarci".

Anche esaminando dei semitismi simili presenti nell’AT, notiamo come la traduzione potrebbe avere una "sfumatura differente" rispetto a quella proposta. Riportiamo il passo di 2Sam. 16:10 dove troviamo il Re Davide che viene insultato da un certo Simei. Un soldato del Re chiede di intervenire per metterlo a tacere; in grassetto il dialogo tra questi due ultimi:

Ma il re rispose: 'Che ho io da far con voi, figli di Tseruia? Se egli maledice, è perché l'Eterno gli ha detto: - Maledici Davide! E chi oserà dire: - Perché fai così?'

Nel greco dei LXX l’inizio della risposta di Davide alla lettera è: "Che cosa a me e voi figli di Tseruia". Una sua migliore traduzione a senso, visto che Davide si lascia dire da Simei quello che vuole, sarebbe stata: "Cosa possiamo fare io e voi figli di Tseruia, se maledice è perché il Signore gli ha detto: Maledici Davide".

Va precisato che l’espressione "che cosa a me e a te" non sia tipicamente semitica: anche in italiano l’espressione "e a me e a te?" come risposta o commento a qualcosa detto da un interlocutore è chiarissima e di uso corrente, magari accompagnata da un verbo, come nella frase: "E a me e te cosa ne viene?"

In definitiva è il contesto a dare la giusta sfumatura alla frase e quindi alla sua traduzione. È necessario, quindi, capire il senso della risposta di Gesù.

a) vi è una questione di interessi: "Che cosa (importa) a me e a te". Gesù invita sua madre ad aprirsi a una nuova visione delle cose, che trascende la semplice logica umana: lui non è venuto a fare da tappabuchi alle deficienze organizzative umane, ma a compiere la volontà del Padre suo. Sono altri i suoi interessi. E in questi interessi di Gesù è coinvolta anche Maria. Gesù infatti non si limita a dire "che cosa importa a me", ma aggiunge anche "e a te". Con questo richiamo Gesù aggancia sua madre alla propria missione, facendone quasi una sorta di suo braccio destro. Un aggancio significato da quel kaì (e), che salda assieme il "me" di Gesù al "te" di Maria.

b) Vi è anche una nuova ridenominazione: Maria non è più chiamata "madre", bensì "donna", spostando l'accento dai rapporti carnali a quelli spirituali. Gesù assegna a sua madre un nome nuovo: donna (gynai).

Il nome per l'ebreo indica l'essenza stessa della persona. Imporre il nome a una persona significa avere autorità su di essa, mentre assegnarne uno nuovo indica che quella persona non è più quella di prima, ma è entrata a far parte di una nuova dimensione ed è chiamata a svolgere quella missione che il suo nuovo nome le assegna. Pertanto con il termine "donna" Gesù assegna a sua madre un nuovo ruolo: essa non è più una figlia di Israele, che gli ha dato carnalmente la vita, ma è la figlia di Sion ideale, che nell'AT viene presentata con i tratti di una donna e più precisamente di una sposa, e madre di nuovi figli, discepoli del Signore.

Poiché il tuo creatore è il tuo sposo; il suo nome è: l'Eterno degli eserciti; e il tuo redentore è il Santo d'Israele, che sarà chiamato l'Iddio di tutta la terra. Poiché l'Eterno ti richiama come una donna abbandonata e afflitta nel suo spirito, come la sposa della giovinezza ch'è stata ripudiata, dice il tuo Dio … Tutti i tuoi figli saranno discepoli dell'Eterno, e grande sarà la pace dei tuoi figli (Is. 54:5,6,13).

Il nuovo nome con cui Maria è stata insignita ne fa di lei una nuova creatura, una nuova creazione. Ora lei è "donna".

Perché proprio "donna"? In greco la parola gynē al vocativo è una forma d’appellativo che non comporta alcuna sfumatura dispregiativa. Presso i greci e gli orientali la parola donna veniva usata per designare le persone degne di rispetto. Era sinonimo di signora. Il termine greco che viene tradotto con "donna", gynai vocativo di gyne (o donna!), a questa voce il Vocabolario della lingua greca di Franco Montanari (Loescher Editore) precisa che al vocativo significava proprio Signora; era l’equivalente della Domina latina, da cui Madonna, mea domina. Pertanto, il termine "donna" è solo apparentemente irrispettoso. In Giovanni, poi, è un segno grandioso mediante il quale è definita la Vergine incoronata dell'Apocalisse (Apoc. 12:1), la donna rivestita del sole con la luna sotto i piedi e con una corona di dodici stelle.

Il vocabolo "donna", inoltre, è l'unica voce possibile per racchiudere un'idea inconcepibile dalla mente umana e, quindi, non codificata nei linguaggi con un termine specifico: l'idea del rapporto familiare che c'è tra Gesù e Maria. Un rapporto che soltanto un endecasillabo dantesco è stato in grado di sintetizzare al meglio: "Vergine Madre, figlia del tuo figlio" (Paradiso, XXXIII, 1).

L’ora mia non è ancora venuta. A cosa si riferisce Gesù? Al momento in cui Egli avrebbe dovuto manifestare con i miracoli la sua potenza? Forse sì e forse no. Se è sì, allora per la preghiera di Maria farà quanto gli viene domandato anche se non è giunta la sua ora. Dinanzi alla madre c’è l’arrendevolezza del Figlio, il quale, pur manifestando la non coincidenza tra ciò che lui è chiamato a fare e ciò che la madre gli suggerisce di fare, deve accondiscendere alla sua richiesta, per il solo fatto che alla madre non può dire no. Dovremmo, quindi, tutti imparare da Gesù come si onorino e si rispettino i genitori. Gesù concede alla madre l’onore di essere stata lei a chiedergli il primo miracolo e questo nonostante non fosse l’ora sua.

Ma c’è un problema con questa interpretazione. Al v. 2 leggiamo che Gesù aveva già dei discepoli, quindi era già stato battezzato, aveva già superato del tentazioni sataniche nel deserto, e dunque la sua ora era già iniziatra. Ma allora cosa significa: l’ora mia non è ancora venuta?

1) Gesù le disse: Che v’è fra te e me, o donna? L'ora mia non è ancora venuta" (Giov. 2:4)

2) Perciò cercavano di prenderlo; ma nessuno gli mise le mani addosso, perché la sua ora non era ancora venuta (Giov. 7:30)

3) Queste parole disse Gesù nel tesoro, insegnando nel tempio; e nessuno lo prese perché non era ancora venuta l'ora sua (Giov. 8:20)

4) Gesù rispose loro: "È venuta l'ora, nella quale il Figlio dell'uomo sarà glorificato...E che dirò io? Padre, liberami da quest'ora. Ma io sono venuto appunto per quest'ora" (Giov. 12:23,27)

5) Ecco, viene l'ora, anzi è già venuta, in cui voi sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me" (Giov. 16:32)

6) Così parlò Gesù. Poi, elevati gli occhi al cielo, disse: "Padre, l'ora è venuta: glorifica il tuo Figlio, affinché il tuo Figlio glorifichi te" (Giov. 17:1)

Ora, essendo impensabile che una simile ricorrenza non abbia un valore informativo, si può soltanto affermare che l'ora alla quale il Figlio fa riferimento nelle Nozze di Cana non è quella di fare miracoli, bensì quella della glorificazione, dell'elevazione sulla croce. Questo rende tutto più chiaro. Gesù non rifiuta che sia giunta l'ora del miracolo del vino di Cana, né prende distanza dalla madre. Egli afferma, profeticamente, che ancora non è venuta l'ora del vino dell'Ultima Cena, segno della Passione.

Il senso letterale delle sue parole, allora, diviene commovente piuttosto che distaccato. La sua diventa la risposta di un figlio, turbato alla vista del primo segnale della via che porta al Calvario. Un figlio il quale si rivolge alla madre, come per rassicurarla, dicendole: "Che cosa (importa) a me e a te, o donna? Non è ancora venuta l'ora del Vino dell'Ultima Cena". Il riferimento - e da questo il Figlio prende le distanze, non già dalla Madre - è per l'ora nella quale egli avrebbe anticipato, nel segno del versamento del vino, il sangue sparso sulla croce.

Il v.5 rileva il mutamento avvenuto in Maria, che la porta ad agire nel suo nuovo ruolo di collaboratrice alla redenzione: "Sua madre disse ai servi: Fate tutto quello che vi dirà". Maria dà disposizione ai servi.

Significativo è come si conclude questo episodio delle nozze di Cana:

Dopo questo, scese a Capernaum, egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli; e stettero qui non molti giorni (Giov. 2:12)

Maria viene presentata come una che, ora, si accompagna assieme a Gesù.

Dopo che a Maria è stato assegnato il nome nuovo di "donna" non è più chiamata "madre di Gesù", ma semplicemente "sua madre" (v. 5). Ciò significa che essa è ora identificata come "donna" e "madre". Essa è colei che è chiamata, non solo a generare i nuovi figli di Dio, ma anche conservarli nella sua Parola: "Fate tutto quello che vi dirà". Un ruolo che le viene ufficialmente insignito da Gesù morente sulla croce:

Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch'egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua (Giov. 19:26,27)

Il testo greco legge tēn mētéra, "la madre", non "sua madre" come erroneamente traduce il testo. Essa ora è la nuova madre della comunità credente a cui essa è assegnata con autorità divina e al cui interno ricopre il ruolo di colei che indica ai servi, la giusta via: "Fate tutto quello che vi dirà".

Questo invito di Maria ai servi, "Fate tutto quello che vi dirà", richiama da vicino l'impegno che il popolo ebraico assunse di fronte a Dio, di fare tutto quello che Egli comandava:

E tutto il popolo rispose concordemente e disse: 'Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto' (Es. 19:8).  
Poi prese il libro del patto e lo lesse in presenza del popolo, il quale disse: 'Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto, e ubbidiremo' (Es. 24:7)

I servi a cui si rivolge Maria, presenti alla festa delle nozze di Cana, richiama il mondo veterotestamentario, e stanno per assistere al passaggio a delle nuove nozze, a un nuovo patto, in cui non c’è più Mosè che media per il popolo, ma c’è la madre di Gesù, che indirizza questi servi verso Gesù che è Yahweh incarnato. Siamo, dunque, nel contesto di un nuovo patto, a cui il nuovo Israele è chiamato a entrare e a farne parte.

Ciò è confermato dal comando di Gesù a questi servi, il cui compito è quello di riempire le giare che servivano per la purificazione giudaica. È dunque da pensare che questi servi siano la metafora di quel mondo giudaico sensibile ai valori del Regno, da cui attendevano la redenzione e il riscatto di Israele (cfr. Luca 2:25,36).

Or c'erano qui sei giare di pietra, destinate alla purificazione dei Giudei, le quali contenevano ciascuna due o tre misure. Gesù disse loro: Riempite d'acqua le pile. Ed essi le riempirono fino all'orlo (Giov. 2:6,7)

Il concetto d'acqua per la purificazione rinvia direttamente alle prescrizioni della legge mosaica. Sono di pietra, come le tavole della Legge. Sono in numero di sei a indicare l'incompletezza, l'insufficienza della stessa legge (6 = 7–1, cioè manca qualcosa per raggiungere la perfezione che è nel sette). Sono da riempire perché vuote o semivuote, nel senso che i comandamenti non sono pienamente osservati. Sono da riempire, per indicare che sono da perfezionare con la trasformazione dell’acqua in vino, la pienezza del Nuovo Patto.


lunedì 5 agosto 2019

Il SIONISMO È OPERA DI SATANA?



Citazioni dei più importanti rabbini che affermano che il sionismo è opera di Satana


Teniamo presente che le citazioni che seguono devono essere considerate come una posizione ufficiale di ebrei veramente religiosi.

Prima di tutto, la parola del rabbino è considerata una parola di autorità. Secondo il Talmud, un rabbino è persino in grado di cambiare la mente di Dio. Pertanto, per gli ebrei sinceramente religiosi, la parola del rabbino è LEGGE. Il Talmud stesso, che è essenzialmente una raccolta di leggi, consiste nelle opinioni rabbiniche su qualsiasi argomento.

Rabbi Avraham Elimelech Perlow,
Rebbe di Karlin, Russia (1892-1943)


Sionisti e mizrachisti - non c'è nulla di cui parlare. Essi sono lo stesso Satana! (Birkas Aharon, p. 193).

Rabbi Dovid Biderman,
Rebbe di Lelov, Polonia (1827-1907)


Prima della sua morte, disse che il fatto dei rabbini che si sono avvicinati alla parte di Satana, i sionisti, era il motivo per cui egli stava lasciando il mondo, per questo era profondamente turbato (Mishkenos Haro'im p. 266)

Rabbi Chaim Mordechai Gottlieb,
rabbi di Miskolc, Ungheria (1876–1936)


Questa edificazione [della Terra Santa] non è altro che distruzione... ma un tale gruppo è molto pericoloso per il popolo ebraico e dobbiamo stare il più lontano possibile da loro... Peggiore di tutti è il sionismo e i loro sicli che danno per rafforzare i peccatori di Gerusalemme, e fanno adirare Dio nel suo palazzo e nella sua città. Lo stesso Satana si maschera da capo dell'organizzazione sionista (Mishkenos Haro'im volume 6).

Rabbi Moshe Hager,
Rebbe di Kossov, Ungheria (1860-1926)


Il nemico si è avvolto in un mantello di "amore per Sion" per ingannare l'anima ebraica e intrappolare nella sua rete di distruzione anche quelli che tremano per la parola di Dio. Non c'è eresia più grande di questa, e viene dalle forze sataniche (Leket Ani, Vayechi)

Rabbi Meir Klein,
rabbi di Ujhel, Ungheria (nato 1885)


Questo è il modo in cui il gruppo maledetto dei sionisti, mascherano tutte le loro brame e abominazioni nella nostra lingua santa, peccando in essa e facendo peccare le masse.

Intrappolano gli ebrei ignari nella loro rete malvagia. Guai a noi che questo è successo ai nostri giorni! Gli sforzi di Satana hanno avuto successo e si sono propagati in Terra Santa.

Essi sono venuti e hanno contaminato la Terra Santa con abominazioni straniere che i nostri padri non avrebbero mai potuto immaginare. Le orecchie di chiunque li sente parlare risuoneranno, e i capelli i drizzeranno (Toldos Shmuel, v. 3 p. 142).

Rabbi Yishaya Asher Zelig Margolios,
Gerusalemme (1894- 1969)


Purtroppo, Satana è stato vittorioso e ha fondato uno stato infernale (O Zarua Latzadik, p. 19).

Da giovane, Rabbi Margolios visse in un appartamento nel quartiere di Knesses. Fuori dalla sua finestra c'era un campo di grano di proprietà di un arabo di nome Abbad, che viveva nelle vicinanze. Era in buoni rapporti con i religiosi ebrei residenti e serviva loro come "gentile del Sabato": quando gli ebrei avevano bisogno di riscaldare il latte per un malato in giorno di sabato, Abbad lo riscaldava.

[Nota: poiché è vietato agli ebrei religiosi fare qualsiasi lavoro o cucinare di sabato, usano il "gentile del Sabato", o "Shabbath Goy" – un non ebreo per fare un qualsiasi lavoro di sabato che necessita di essere fatto].

Quando si spegneva la luce della loro lampada a cherosene, gli ebrei chiamavano Abbad e lui sapeva cosa fare; nessuno doveva dirglielo. Dopo il sabato gli regalavano una pagnotta di pane challah come dono di apprezzamento.

Un sabato del 1929, i coloni sionisti attaccarono la casa di Abbad. Bussarono alla sua porta, con l’intenzione di uccidere lui e sua moglie. I sionisti chiamarono Rabbi Margolios per aiutarli. Il rabbino bussò alla porta di Abbad e, appena l'aprì, mise il cappello chassidico di pelliccia e il caftano sull'arabo e camminò con lui verso la sinagoga. I sionisti, non sapendo quale fosse l'arabo e quale l'ebreo, abbandonarono la zona (Azamer Bishvachin, p. 11).

Rabbi Yissachar Dov Rokeach,
Rebbe di Belza, Polonia (1854-1926)


Ogni ebreo, quando fa la preghiera contro gli eretici, deve avere in mente i sionisti e i mizrachisti (Michtav Hisorerus, p. 118).

La notte dopo ogni festa, a Belz, annunciava che nessuno dovesse unirsi ai sionisti, ai mizrachi o all'Agudah (ibid.).

Essi sono peccatori e fanno peccare le masse (Kuntres 22 Cheshvan, p. 106).

Una volta nella notte di Yom Kippur, mentre migliaia di Chassidim si stringevano nella sua sinagoga e si preparavano per le preghiere di Kol Nidre, un'atmosfera santa pervadeva la sinagoga. Nessuno parlava e tutti erano in attesa di ascoltare l’edificante sermone del Rebbe per il Giorno del Giudizio. Salì sulla piattaforma e disse ad alta voce: "È vietato unirsi ai sionisti, ai mizrachisti e ai loro gruppi!"

Questo era tutto il sermone prima di Kol Nidre (Kol Yisroel, 8 Sivan 5686).

I nostri fratelli, ebrei credenti, sono forti e difendono il nostro popolo e la nostra Torah, non per forza né per potenza. Non dobbiamo discutere o dibattere con i sionisti e i mizrachisti, ma dobbiamo combattere sostenendo fermamente le nostre convinzioni, e non permettere al distruttore, alla dottrina del sionismo e di Mizrachi, di entrare nelle nostre case.

Il sionismo si fonda sulla negazione della provvidenza, della ricompensa, della punizione di Dio e sulla venuta del redentore. Il nazionalismo è costruito solo sulle rovine della santa Torah, della fede in Dio, nei suoi profeti e sui saggi talmudici. Pertanto, anche se il movimento fosse guidato da uomini retti e timorati di Dio con le migliori intenzioni, sarebbe impossibile per esso non distruggere la fede e la Torah (Kuntres 22 Cheshvan, p. 108).

Ma potrebbe accadere che prima dell'arrivo del messia, gli sforzi di Satana abbiano successo, e i malvagi otterranno uno stato nella Terra di Israele. Quindi è obbligo per ogni ebreo che deve lasciare la propria casa, trasferirsi in America o da qualche altra parte, ma non nella Terra di Israele sotto lo Stato di questi uomini malvagi, perché il loro Stato sarebbe un grande pericolo per il corpo e l'anima di ogni ebreo (Om Ani Chomah v. 6, 13 Adar I, 5717)

Per tutta la vita, il Rebbe ha combattuto contro i sionisti di ogni genere, usando le stesse armi che suo padre e altri rabbini hanno usato contro la Riforma. Condusse una dura lotta contro il sionismo mentre era ancora un movimento in erba, e proprio come suo padre si oppose ai secolaristi, non facendoli accedere a nessuna carica importante (Admoirei Belze p. 251).

Rabbi Yisroel Hager,
Rebbe di Vizhnitz, Romania (1860-1936)


Satana cambia continuamente il suo travestimento e manda i suoi agenti a intrappolare le masse ebraiche nella sua rete, in modo che si tolgano dal collo il giogo della Torah. I nomi di questi agenti cambiano ogni poche generazioni. Oggi sono chiamati "sionisti" (Kedosh Yisroel cao. 16, p. 276).

Una volta incontrò un sionista nell'anniversario della morte di Herzl. Il sionista disse: "In onore di questo giorno è giusto fare una festa". Il Rebbe rispose: "Certamente, perché quando i malvagi periscono c'è gioia" (ibid. v. 2 cap. 24, p. 619).

Nel giornale della scorsa settimana ho visto cose scritte a mio nome che non ho mai detto o pensato. Ti chiedo pertanto di onorare i principi del tuo giornale e di fare una correzione. Afferma che ho detto che "l'idea sionista è un'idea nobile e nessun buon ebreo che segue i sentieri del giudaismo e si aggrappa ai comandamenti di Dio e della sua Torah dovrebbe opporsi a questa grande idea". Questa è una bugia completa, perché non ho mai detto parole del genere (Ibid.)

Mi piacerebbe molto fare un viaggio nella città santa di Gerusalemme, ma a causa dei "sionisti" non ci andrò (ibid. cap. 18 p. 300).

Il Rebbe non diede a tutti il ​​permesso di andare in Terra Santa, in particolare ai giovani senza i loro genitori, per timore che cadessero sotto l'influenza del movimento "sionista".

Mi rivolgo con urgenza a te, per attirare la tua attenzione sul santo obbligo che hai di unirti alla kehillah religiosa (l'Eidah Chareidis di Gerusalemme), costruita su sante fondamenta, e non, Dio non voglia, alla kehillah del Consiglio Nazionalista, che è non fondato sulla Torah di Dio (ibid. cap. 24, lettera 35).

Rabbi Avraham di Sochatchov,
Polonia, autore di Avnei Nezer (1839-1910)


Sono stato felice di vedere che hai comprensione, e anche da lontano hai percepito l'amaro veleno dei sionisti e dei mizrachisti, sotto qualsiasi forma o aspetto. Non ho nulla da aggiungere alle tue parole. Che Dio sia con te per fermare la diffusione di questa piaga prima che diventi comune nel tuo paese (Hapeles, Kislev 5665, p. 133).

Tutti i propagatori di peccato sorti nel popolo ebraico, non sono riusciti ad aver successo nella misura in cui c’è riuscito il gruppo di persone che si autodefinisce "sionista". Hanno allontanato le masse dalla fede e le hanno rese negazioniste di tutti i principi della fede ebraica. Come ci sono riusciti? Fingendo di essere giusti, al fine di tradire Dio.

La gente non ha ascoltato la voce dei rabbini che hanno avvertito di non cedere al consiglio di Satana. Sono andati di male in peggio, e ora molti di loro non si vergognano ad alzare una mano contro la Torah di Dio in pubblico. Negano i fondamenti della nostra fede e alcuni negano Dio stesso (ibid.).

Rabbi Chaim Ozer Grodzensky,
rabbi of Vilna, Lituania (1863-1940)


Il tuo onore devi sapere che sulla questione dei sionisti e dei mizrachi, io sono in corrispondenza con i più grandi rabbini di questa generazione e tutti hanno deciso che il sionismo è opera di Satana, con tutte le sue seduzioni e incitamenti, allo scopo di distogliere il popolo ebraico dalla retta via.

Essi hanno ammonito che da loro proviene un grande pericolo per tutto il popolo ebraico, Dio lo proibisce, e tutti coloro che difendono i sionisti non sono migliori di loro.

Con nostra vergogna, alcuni rabbini nel nostro paese si sono uniti ai sionisti e hanno fondato un'organizzazione sotto il nome di Mizrachi. Hanno respinto tutti gli ammonimenti dei rabbini e fingono di rispettare la parola di Dio.

Hanno fondato dei comitati ed è probabile che faranno appello al vostro onore. Pertanto, faccio presente al vostro onore che tutti i più grandi rabbini del nostro paese sono perplessi sulla questione. Nei libri delle autorità giudaiche non si dice che sia nostro dovere fondare un regno.

Al contrario, i nostri saggi talmudici lo hanno espressamente proibito. Questi rabbini del Mizrachi non hanno fede e non si fidano della salvezza di Dio. Le loro menti sono diventate squilibrate nel credere che in uno stato fondato dalle mani dell'uomo ci sarà pace per noi” (The Transformation, pp 186-187).

Rabbi Shimon Sofer,
rabbi di Erlau, Ungheria (1850-1944)


È noto che i sionisti sono completamente negatori della Torah, e lo dicono apertamente. Chiunque abbia ancora una scintilla di ebraismo nel suo cuore, li odia e non può sopportare di unirsi a loro (Tikun Olam, cap. 51).

Rabbi Yechiel Michel Epstein,
rabbi di Novhardok, Russia (1829-1908)


Guai a noi, perché la nostra santa Torah è in un declino inimmaginabile, specialmente ora che si è diffuso l'odiato movimento chiamato "Sionismo", con nostro dispiacere. Riguardo ad essi è detto nel libro di preghiere: "Sion piange amaramente" perché hanno estinto il fuoco della nostra santa Torah (Hapeles 5665, p. 139).

Chiunque abbia timore di Dio dovrebbe fuggire dai sionisti e dai mizrachisti come se fuggissero dal fuoco (Ibid.).

Allo stesso modo, la corte è obbligata ad assicurarsi che nessun ebreo abbia piani di ribellione, anche segreti, nel suo cuore, contro il Re o i suoi ministri. E i nostri saggi hanno già affermato che Dio fa giurare il popolo ebraico a non ribellarsi contro le nazioni (Talmud, Trattato Ketubot 111a).

Ed è scritto (Prov. 24:21), "Figlio mio, temi l’Eterno e il re". E i nostri Saggi dicono (Talmud, Trattato Berachot 58a) che un regno sulla terra è come il regno di Dio in cielo (Aruch Hashulchan Choshen Mishpat 2:1).