giovedì 5 novembre 2020
mercoledì 4 novembre 2020
IL FRUTTO DELLO SPIRITO: FEDELTA'
Galati 5:22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;
Il termine fedeltà ha una sua ambiguità, perché sia in greco che in italiano viene interscambiato con la fede, ma in realtà significa essere fedeli. Giustamente il traduttore ha messo «fedeltà».
Alcuni sinonimi di fedeltà: lealtà, dedizione, attaccamento, affetto, amore, costanza, assiduità, tenacia, rispetto, deferenza, esattezza, puntualità, credibilità, corrispondenza, conformità, precisione. Credo che non esista un'altra parola con tanti sinonimi come questa.
Cos'è un padre fedele, cos'è un fratello fedele, cos'è uno sposo o una sposa fedele, cos'è un amico o amica fedele? La fedeltà che cos'è? Innanzitutto è un frutto. Non dimentichiamo mai che si arriva alla fedeltà grazie all'opera dello Spirito Santo. Vediamo però di capire la fedeltà anche attraverso il suo contrario. Il contrario della fedeltà è l'infedeltà, il tradimento, l'abbandono. Potremmo anche dire che è l'adulterio.
Adulterio è un termine interessante perché viene da ad alterum, andare verso un'altro, andare da un'altra parte. Quand'è che si vede se una persona è fedele o no, o è un'adultera? L'unico modo per vedere se una persona è fedele è se la mettiamo in uno stato di tentazione, quando è allettata a tradire, o quando diventerebbe molto facile tradire. È lì che si conosce la fedeltà di una persona.
Oppure, per esempio, quando un amico richiede un grosso impegno, è lì che si conosce la fedeltà di chi gli sta intorno. Quando per esempio un amico andrebbe corretto, la fedeltà corrisponde all'attitudine di quella persona che ti vuole così bene da dirti quello che veramente ti deve dire, rischiando il rapporto per amore di ciò che ti fa bene.
Se io sono fedele a una persona, sono per questa persona quello devo essere. Il padre, per esempio, deve essere padre verso il figlio, non deve recitare altri ruoli. Così il sacerdote verso i fedeli. Questa è la fedeltà, stare in un rapporto con la persona, per cui io sono quello che sono e non adultero il mio ruolo rispetto all'altro. Questa è una tematica molto forte nella paternità. Il padre non è un amico. Un padre che si fa amico o dà priorità a questo aspetto che comunque non è estraneo alla paternità ma non è il centro, è un adultero. Ha scelto il rapporto di amico, il rapporto assecondante e cameratesco della complicità che è tipico dell'amicizia, mentre invece deve essere capace di autorità, e anche di negazione, di limite nei confronti del figlio. Un padre che non sa dire di no a un figlio è un pessimo padre. Non è buon padre perché lo ha accontentato, anzi è adultero quando è assecondante.
Cos'è la fedeltà quindi? Per esempio nel matrimonio la fedeltà implica un ruolo molto strano. Nella Genesi leggiamo:
Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. (Gen. 2:20)
In ebraico abbiamo il termine kenegdô, che non significa «essere simile», bensì «di fronte a lui», stare «davanti a lui» e quindi anche «contro a lui». Un aiuto che sia contro è una frase molto stramba. Eppure questa è la fedeltà dei rapporti. Che aiuto è uno che è contro di me? Marito e moglie devono essere l'uno per l'altro, capaci di correzione, capaci di essere strumenti di crescita l'uno per l'altro.
Fedeltà e connivenza sono due cose diverse. Connivenza implica un patto di non aggressione che difende la tranquillità dei due contraenti. La fedeltà implica anche lo scontro.
La nostra è una società adultera, è una società che ama l'adulterio, ama la trasgressione, superare il limite. C'è nell'adulterio come una forma di fascino, perché c'è un'autoaffermazione. La fedeltà è affermazione dell'altro, del bene dell'altro, mentre l'adulterio è affermazione di sé.
Cos'è l'indissolubilità matrimoniale? Indissolubile è un tipo di rapporto che è tale per se stesso, per definizione. Non ci si può sposare se non ci si sente legati indissolubilmente. Per esempio, il rapporto padre-figlio è indissolubile, al di là di quello che il figlio fa o non fa. Se uno si ritrova un figlio particolarmente problematico tanto da arrivare alla rottura dei rapporti, comunque quello resta il figlio e l'altro il padre. Questo tipo di rapporto è indissolubile per sua natura propria. Il tipo di amore tra uomo e donna, quando è amore autentico, è questo. Puoi dire di un figlio che non è più tuo figlio? No, perché lo è. Puoi dire di uno sposo che non è più tuo sposo perché ti ha fatto di tutto? No, perché lo è. Questa condizione è previa al matrimonio, non posteriore. Quando due persone si accostano al matrimonio, devono avere questa convinzione l'uno dell'altro. Due sposi devono considerare il matrimonio come una chiamata ad essere l'uno carne dell'altra.
L'infedeltà è menzogna, credere di fare qualcosa che mi dia di più.
Chi è fedele è fedele in tutti i rapporti, non è che è fedele nel matrimonio ma non lo è nell'amicizia. La fedeltà è uno stile di vita. Io non posso presentarmi di fronte agli altri per quello che non sono. Da dove nasce questa fedeltà? Nasce dal Fedele. Il Fedele per eccellenza è il Signore Gesù Cristo. Fedele è Dio, colui che è fedele e verace. Nell'A.T. la fedeltà è uno degli attributi più importanti del Dio d'Israele. Perché? Perché è quello che non rompe il suo patto, non viene meno al suo ruolo rispetto al suo popolo. Il Signore Gesù ci ha mostrato la sua fedeltà sulla croce.
Nella preghiera eucaristica si dice: «Egli nella notte in cui fu tradito prese il pane e disse, questo è il mio corpo che è dato per voi». Mentre veniva tradito Gesù si dava, mentre veniva tradito Gesù celebrava la sua fedeltà, come uno sposo che ama la sua sposa ed è pronto ad offrire la sua vita per lei. Così il Signore ci ha dato il suo corpo amandoci fino in fondo, fino ad essere fedele anche quando meritavano di essere abbandonati e rinnegati.
martedì 3 novembre 2020
mercoledì 28 ottobre 2020
IL FRUTTO DELLO SPIRITO: MITEZZA
Galati 5:22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;
Che cos'è questa mitezza? La parola prautēs in greco vuol dire dolcezza, o meglio ancora assenza di violenza. È facile pensare a una persona garbata, gentile, ma non è questo il senso proprio della mitezza. Si rischia di banalizzare, ma la Scrittura ci chiede sempre di crescere, di scoprire, di capire, mai fermarsi al primo acchito di ciò che capiamo.
Questo termine prautēs viene usato nella Bibbia greca dell'A.T. per tradurre un termine ebraico che è ben diverso, anî, che vuol dire “povero”, e dunque associa la mitezza alla povertà. Allora poniamoci la domanda: perché un povero sarebbe mite? Si potrebbe pensare il contrario, un povero potrebbe essere una persona arrabbiata, potrebbe essere una persona che ha da rivendicare, ecc.
Come si capisce se una persona è mite? Noi vediamo una persona passare per strada, è mite o non è mite, che ne sappiamo? C'è un sistema molto semplice, offendiamola, proviamo a metterla sotto pressione, vediamo come reagisce. Bisogna spremerle le persone per capire cosa hanno dentro; all'apparenza siamo tutti carini, poi bisogna vedere quando la mordi una persona per sapere di cosa sa. La mitezza si riconosce in stato di conflitto. Il mite è la persona che reagisce con la pace di fronte alla violenza.
La parola «mite» la troviamo nella terza beatitudine: “beati i miti perché erediteranno la terra”. E qui capiamo qualcosa del rapporto tra Spirito Santo, mitezza, assenza di violenza. Inoltre Matteo riporta una frase di Gesù dove dice: Imparate da me che sono mite e umile di cuore.
Gesù è mite. Ma mite vuol dire che è una persona remissiva? Ecco l'altra strada sbagliata che potremmo prendere: il mite è una persona che abbozza, che preferisce evitare lo scontro. In realtà tutto questo avrebbe a che fare con la vigliaccheria, con la mancanza di coraggio, con l'inconsistenza di carattere.
Allora torniamo alla beatitudine: beati i miti perché erediteranno la terra. Che cosa c'è in ballo? La terra, l'eredità e la mitezza, che relazione hanno tra di loro? Come mai ciò che è l'elemento fondamentale delle guerre, la conquista del territorio, la terra, diventa oggetto di eredità da parte di chi non combatte? Normalmente ci si aggredisce per il territorio. Normalmente sono i violenti e gli aggressivi quelli che si prendono il territorio. Come fa il mite a prendere questa terra?
Un errore che in genere si fa, è quello di imporsi un atteggiamento di mitezza che porta la persona a cercare di non reagire alla violenza altrui, in nome di un certo buonismo. Non è questo ciò di cui stiamo parlando. È tutto un altro paio di maniche. Qui stiamo parlando di un frutto dello Spirito che chiede una forza, che in un certo senso chiede un'aggressività, ma di un altro tipo.
Essendo frutto dello Spirito, è un'attitudine conseguente a una forza. La terra è lo scopo di ogni battaglia, ogni aggressività si fa per un territorio, per un oggetto, i contendenti sono con-tendenti, cioè tendono allo stesso obiettivo. Perché invece l'obiettivo apparterrà al mite, a colui che non combatte?
Ha a che fare con l'ereditare. Questo termine noi lo concepiamo secondo la nostra cultura, pensiamo al testamento di qualcuno che è morto e ci lascia qualche cosa. Ma ereditare nella Scrittura è qualcosa di più. L'eredità era la porzione della terra promessa ricevuta da ogni tribù d'Israele nella conquista di Canaan, e questa terra quindi, diventa metafora di ben altra terra di quella dove si scontrano gli uomini. C'è un luogo, c'è una dimensione, c'è qualcosa che vale veramente la pena di difendere. Cioè:
A) il rapporto con Dio, B) la vera pace, ciò che veramente conta. Qui non si tratta di essere remissivi, al contrario essere molto attaccati a ciò che veramente vale.
Molto spesso quando una persona risponde con durezza a chi l'aggredisce, è scesa al livello dello scontro per la stessa cosa che l'altro desidera, sta difendendo un bene che l'altro gli può rubare. Esiste un bene che nessuno può rubare? Esiste un bene che va difeso anche a costo della perdita delle cose di questo mondo? Ebbene, il mite è colui che non risponde allo scontro perché lui tiene a un bene più alto, ha qualcosa di più bello, conosce una cosa che si chiama Spirito Santo e questo Spirito Santo. è il suo dono, e questo dono non lo baratta con niente. Che cosa mi vuoi rubare? Mi vuoi offendere? Ma che m'importa, ho ben altro.
Il mite in questo senso non è uno che non ce l'ha fa a combattere, ma è uno che combatte un'altra battaglia, molto più seria. È povero per questo mondo, ma ricco per il mondo avvenire. È qualcuno che ha la vera ricchezza, quella che nessuno gli può togliere.
Allora, il segreto della non conflittualità non è un carattere controllato, una disciplina dei propri impulsi, ma è il possesso di un bene che non può essere tolto, è il possesso della ricchezza vera, quella che sta nei cieli, che fa di un uomo, un uomo non vulnerabile. È mite perché non ha da combattere quelle battaglie che l'altro ha da combattere. Non perché non vede il male dell'altro, non perché non riconosce un'aggressione, ma perché capisce che deve difendere ben altro, ha altro di cui occuparsi.
Il mite è colui che eredita la terra. Per questo si tiene stretto ciò che vale. Se sarà necessario alzerà anche la voce, non contro qualcuno ma per qualcuno. C'è differenza se critichi qualcuno con malizia o se lo critichi per amore. Le critiche ricevute da chi ci vuol bene possono farci soffrire parecchio perché vanno dritte al punto. Il mite combatte le battaglie così, il mite conosce il vero bene per cui vale la pena di impugnare le armi, e sono armi diverse, forgiate in un'altra fabbrica.
Guerra in ebraico si dice milḥāmāh, dalla parola leḥem che vuol dire pane, cioè combattere per il pane. La guerra viene per un appetito. Allora, qui non si tratta di non avere appetito, di essere inappetenti riguardo i conflitti umani, ma si tratta di cercare il pane quello vero. Una persona si deve sempre chiedere quando si arrabbia, quando si adira, cosa sta difendendo. Quando ci adiriamo stiamo sempre difendendo qualcosa; allora ci dobbiamo chiedere cosa stiamo difendendo, perché ci stiamo arrabbiando tanto?
La mitezza, frutto dello Spirito Santo deriva dal capire ciò che veramente è prezioso per la nostra vita, e questa è una luce che viene dallo Spirito Santo. Si deve crescere in questa luce. Allora la nostra battaglia è di un altro genere, la nostra lotta dice San Paolo non è contro le creature di carne e sangue. Il Salmo 45:3,4 dice: O prode, cingiti la tua spada al fianco, Che è la tua gloria, e la tua magnificenza; E prospera nella tua gloria, cavalca in su la parola di verità, e di mansuetudine, e di giustizia;
Combattere con queste armi implica una conoscenza della giustizia che non è la giustizia umana della bilancia sociale, ma è la giustizia del rapporto con Dio. È quella giustizia che ogni uomo ha diritto di avere: avere Dio per proprio Padre, avere Cristo per proprio Salvatore.
Quindi la mitezza come frutto dello Spirito deriva da questa esperienza che è l'aver conosciuto la paternità di Dio, aver conosciuto la salvezza di Cristo, e a quel punto difenderla con i denti, questa sì.
lunedì 26 ottobre 2020
FINANZA CRIMINALE
Finanza criminale
I grandi finanzieri sono dei grandi criminali che hanno trovato il modo di emettere denaro in proprio e poi venderlo al prezzo stabilito da loro in regime di assoluto monopolio. Mentre gli altri, le persone comuni, lavorano per guadagnarsi da vivere e per mantenere le proprie famiglie, loro speculano in borsa, conquistano i vertici delle società multinazionali e complottano con i governi "amici” per asservire i popoli e le nazioni, aumentando la voragine del debito e poi ricorrendo a loro per pagare gli interessi sui prestiti necessari a sostenere l’economia: il che non è svolgere un lavoro.
In pratica, sono i parassiti dell’umanità e il loro contribuito alla vita sociale è paragonabile a quello di una sanguisuga che succhia il sangue da un organismo sano e non cessa di succhiarlo finché non l’ha condotto alla morte; dopo di che si attacca a un altro organismo e ricomincia il suo lavoro.
Si aggiunga che non hanno dovuto neppure sprecare energie per conquistare le posizioni di potere che occupano: le hanno semplicemente ereditate. Tutto, da secoli, resta confinato all’interno delle stesse famiglie, matrimoni e successioni compresi: essi stanno bene attenti a che né una goccia di sangue, né un centesimo vadano a finire in altre mani. Così come hanno ricevuto i loro imperi finanziari per via ereditaria, così li vogliono trasmettere integri, anzi raddoppiati, triplicati o decuplicati, ai loro successori.
Pensano in grande, molto in grande. Nel corso del tempo, si sono formati dei colossi finanziari che oggi dominano letteralmente il pianeta: i Rotschild, i Rockefeller, ecc. Non si creda che costoro siano partiti dalla gavetta, come avviene per il piccolo e medio imprenditore figlio di operai o di contadini delle passate generazioni; no: essi sono inseriti in una rete di relazioni massonico-mafiose che vedono coinvolte le principali famiglie finanziarie a livello mondiale. Non hanno fretta, perché sanno che ci vuole tempo e pazienza per arrivare alla meta.
D’altra parte, ora si accingono a tirare a bordo le reti: hanno atteso abbastanza, tutti i pesci sono finiti nelle reti e non resta altro da fare che procedere all’ultima fase del programma, incamerare i beni espropriati alle popolazioni, distrutti mediante la concorrenza insostenibile delle loro catene di società multinazionali, e mettere la pietra tombale su ciò che ancora sopravvive dell’economia reale, fatta di lavoro vero, di risparmio vero, di beni e servizi prodotti con il sudore della fronte e non cifre astratte segnate sullo schermo di un computer.
Il primo marzo 2020 le borse mondiali, a causa delle speculazioni che si erano scatenate ovunque nel mondo, hanno bruciato 6.000 miliardi di dollari in una sola settimana.
In Italia le perdite più grosse si ebbero nelle sedute di metà marzo, quelle in cui Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato della Borsa italiana, lasciò aperte agli speculatori le porte della borsa valori. Non c'è bisogno di spiegare a quale etnia appartenga chi si chiama Jerusalmi.
A fine 2019 la capitalizzazione mondiale di tutte le borse era di 85.000 miliardi di dollari.
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In questi affari, tutti perdono o qualcuno ci guadagna?

Quando, per esempio, si dice “la borsa ha perso 10.000 miliardi”, o “ha bruciato 10.000 miliardi”, come si usa in gergo borsistico, si dice una verità parziale.
L’affermazione è vera quando il prezzo cala perché nessuno vuole comprare quelle azioni, pertanto il loro prezzo quindi crolla.
Ad esempio, ho un’azione che vale 1.000 euro, ma nessuno la vuole, sono costretto a venderla a 600 euro e questo è il suo nuovo valore, c’è stata una perdita secca di valore di 400 euro. Sono stati “bruciati” 400 euro.
L’affermazione è falsa quando il prezzo cala perché c’è stata una speculazione. Ad esempio, gli speculatori vendono allo scoperto (vendono quindi cose che non hanno) una marea di azioni che valgono 1.000 euro generando il panico tra i risparmiatori, quando il prezzo scende a 600€ comprano le azioni che avevano in precedenza venduto allo scoperto. In questo caso la borsa ha perso 400€, le azioni valgono ora 600€, ma gli speculatori hanno guadagnato 400€, vale a dire la differenza tra il prezzo di vendita (1.000€) e il prezzo d’acquisto (600€).
In questo caso la ricchezza non è stata bruciata, ma è passata di mano.
Quindi, in presenza di speculazione, dire che la borsa ha bruciato 10.000 miliardi di ricchezza è fuorviante, serve soltanto a gettare una copertura mediatica alla finanza predatoria. Infatti, la parola “bruciare” fa pensare che quella ricchezza è perduta, nessuno ha guadagnato.
Per quanto ci riguarda, il calo della borsa italiana di metà marzo era dovuto soprattutto a vendite allo scoperto, quindi era di tipo speculativo. Si è trattato di una razzia.
La finanza globalista apolide di ben nota etnia si è sincronizzata in modo esemplare per condurre una straordinaria operazione speculativa a livello planetario. I guadagni della speculazione, soldi sottratti al risparmio, possono essere ora reinvestiti nell’acquisto di aziende quotate in borsa, ma a prezzi di saldo.
Sono stati sottratti migliaia di miliardi ai risparmiatori e all’economia produttiva, un vero e proprio furto legalizzato. Inoltre, la finanza apolide di ben nota etnia reinvestirà il maltolto nel riacquisto di azioni a prezzi di saldo.
Le imprese, dopo la crisi, se riprenderanno il loro percorso di crescita, faranno sì che la finanza guadagni due volte, una prima volta grazie alla speculazione e una seconda volta grazie alla ripresa economica.
Il coronavirus ha messo in ginocchio le economie del mondo, ma la finanza apolide parassitaria di ben nota etnia si arricchisce sempre e comunque.
Dal punto di vista della finanza questa crisi è stata soltanto una predazione globale. Chi guadagna quindi in questo disastro planetario? Possiamo fare molti nomi, ma è inutile. Sono sempre gli stessi predatori figli del diavolo. Ormai i loro nomi dovremmo conoscerli a memoria. Nulla di nuovo sotto il sole.
sabato 24 ottobre 2020
mercoledì 21 ottobre 2020
IL FRUTTO DELLO SPIRITO: DOMINIO DI SE'
Galati 5:22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé
Facciamo un percorso a ritroso e cominciamo dall'ultimo (dal meno grande). Il frutto dello Spirito del dominio di sé o temperanza, in greco è enkràteia. C'è dentro la parola kratos, che per esempio troviamo nella parola «burocrate» o «cratere». Vuol dire "potere, aver potere".
Dominarsi, a cosa serve? Oggi va di moda essere spontanei, sciolti, disposti a fare la prima cosa che passa per la mente. Si dice che bisogna liberarsi, non avere inibizioni interne o esterne, e quant'altro. Prendiamo ad esempio una bella auto, sportiva, veloce, giriamo la chiavetta e corriamo dove vogliamo. Ma l'auto non ha bisogno solo dell'acceleratore, ha bisogno anche di freni. I freni, in un certo senso, sono una negazione del concetto di auto, perché l'automobile serve per andare e i freni servono per fermarsi, eppure non si può andare senza sapersi fermare. Guidare un'auto senza freni significa andare incontro a un incidente certo. Vivere senza freni vuol dire porre le basi di un incidente, andare a sbattere contro le cose della vita.
Il dominio di sé è l'arte dell'avere il controllo del proprio essere.
All'estremo opposto del non avere freni, c'è quello che oggi viene chiamato politicamente corretto, cioè la misura di non essere mai esagerati, il controllo di sé con cui potremmo confondere questo frutto dello Spirito.
Non dobbiamo dimenticare che il Signore Gesù era un uomo di passione, un uomo che sapeva anche accendersi d'ira, che si sapeva sdegnare. Allora, è un po' diverso il dominio di sé del mondo con quello che il cristianesimo ha da dire. Tra i due estremi, la cultura dell'essere senza limiti e la cultura del politicamente corretto, cioè dell'ipocrisia, in mezzo cosa c'è? Qual è l'equilibrio della vita cristiana?
San Paolo in 1Cor. 9:24-27 fa un paragone con l'atleta, il quale è temperante in tutto perché vuole raggiungere un obiettivo, una corona corruttibile, cioè vuole vincere una gara, mentre noi invece abbiamo ben altro obiettivo.
Se noi prendiamo un vocabolario e cerchiamo cosa significhi la parola libertà, vedremo che la libertà è l'assenza di costrizioni, cioè è la capacità di poter scegliere cosa fare, o meglio la capacità di autodeterminazione. Determinare se stessi, e qui vi troviamo la parola «terminare», mettersi un limite.
La libertà non è non avere limiti, ma conoscere i propri limiti e tenerne conto. La libertà non è fatta per fare quello che uno vuole, ma saper governare per il meglio il proprio essere. E quand'è che governo per il meglio il mio essere? Quando sono perfettamente in controllo delle mie pulsioni? Quando controllo tutto senza farmi sfuggire la minima emozione? No! È tutta un'altra realtà.
Veniamo all'obiettivo del dominio di sé, perché il problema è: qual è lo scopo della libertà? Per spiegare questa cosa parto da un testo che sembra estraneo all'argomento. Un atto tipico che mostra il dominio delle proprie pulsioni, per esempio, è il digiuno. Leggiamo:
Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. (Mar. 2:18-20)
Ci sono i farisei e i discepoli di Giovanni che sono il classico esempio di persone che hanno un combattimento con il proprio ego tutto finalizzato alla ricerca della propria giustizia. E come succede sempre a chi si ritiene giusto, si pretende che gli altri facciano la stessa cosa. Vogliono che anche i discepoli di Gesù digiunino, esercitino questo atto di autocontrolo, questa disciplina. Ma Gesù dice: Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? … Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno.
Digiuneranno quando lo sposo verrà loro tolto, cioè il digiuno sarà ciò che segnala la mancanza di un rapporto. Ci sono delle cose che si fanno per il proprio ego e ci sono delle cose che entrano in un rapporto, ovvero vivere perché qualcuno che io amo è con me e allora io non posso che essere nella festa. Ciò che mi toglie lo sposo, è ciò che mi farà digiunare. Ci sono quei limiti che io mi impongo perché sto cercando la mia giustizia, e ci sono quei limiti che mi impone l'amore: il dominio di me perché io tengo a te perché tu mi sei caro/a, mi sei importante e io farò quelle cose che possono farmi stare con te e darti felicità.
Il dominio di sé, nel cristianesimo, è una relazione con il Signore Gesù. Viene dall'aver scoperto quelle cose che ci danno la gioia del rapporto con lui, e anche aver identificato quelle cose che invece ce lo tolgono. Allora ci sono cose a cui dobbiamo dire no, dobbiamo frenare. Non perché io sia più giusto, ma perché voglio stare con il Signore Gesù, e di conseguenza perché voglio stare con gli altri.
Ci sono atti che un innamorato fa naturalmente, ci sono rinunce che una persona che ama fa senza fare troppi ragionamenti, ci sono cose che si fanno per amore. Il dominio di sé è un frutto, è una conseguenza dell'aver capito qual è la corona che vale. San Paolo diceva che ci sono gli atleti che per uno scopo corruttibile fanno dei sacrifici enormi. Ecco, noi possiamo fare sacrifici, possiamo privarci delle cose perché abbiamo uno scopo: avere relazione con l'Amato. Il dominio di sé è la scelta dei no che io devo dire a me stesso per poter stare con Cristo e con il prossimo.

