sabato 17 ottobre 2020

LA RISURREZIONE DEL SIGNORE NELLA LITURGIA CRISTIANA

La Risurrezione del Signore nella liturgia cristiana

La sera del sabato santo comincia l'ultimo giorno del triduo pasquale, suo culmine gioioso e vittorioso, con la «madre di tutte le veglie», come la definiva sant'Agostino: cammino che approda alla luce della Resurrezione.

La veglia inizia con l'accensione e la benedizione del fuoco nuovo, simbolo del Cristo risorto. Spente le luci nella chiesa, si accende fuori di essa un falò attorno al quale si radunano i fedeli.

L'estinzione di ogni luce significa anche l'abrogazione della Legge Antica mentre l'arrivo del fuoco nuovo indica la promulgazione della Nuova Legge portata dal Cristo che affermava: «Io sono la luce del mondo». La pietra focaia, dalla quale si dovrebbe ricavare secondo la tradizione il fuoco nuovo, è anche simbolo del Cristo secondo quanto scrive san Paolo: «Gesù Cristo stesso è la pietra angolare»; come lo è infine il Cero pasquale che viene acceso al nuovo fuoco.

Sant'Agostino spiegava che nel cero ardente si dovevano distinguere la cera, lo stoppino e la fiamma: la cera, simbolo della carne del Cristo; lo stoppino della sua anima; e la fiamma della sua divinità. Ma quando è ancora spento il Cero è il simbolo del Cristo morto. Per questo motivo prima della sua accensione il sacerdote incide su di esso con uno stilo una croce: sopra di essa traccia la lettera greca alfa e sotto la lettera omega; ed entro i quattro angoli formati dai suoi bracci le cifre dell'anno corrente. Poi conficca cinque grani d'incenso in forma di croce. Questi grani sono il simbolo delle cinque piaghe della Passione.

Infine il sacerdote con un lungo cerino accende al fuoco nuovo il Cero pasquale e si avvia verso l'entrata della chiesa cantando Lumen Christi mentre i fedeli rispondono: Deo gratias.

Sulla soglia alcuni fedeli vi accendono la loro candela e poi diffondono la fiamma a quelle degli altri, sicché a poco a poco tutta la chiesa è punteggiata di lumini e infine risplende di tutte le sue luci.

Il Cero acceso simboleggia il Cristo risorto, segno di speranza nei secoli, e le candele accese dei fedeli la loro comunione nel Cristo da cui hanno ricevuto il Fuoco e la Luce. Il rito, detto Lucernario, sarebbe stato compreso immediatamente dai Magi che fecero visita a Gesù, perché al centro della loro tradizione il fuoco era l'epifania dell'energia divina.

Il Cero resterà acceso fino alla Pentecoste, ovvero sino alla conclusione della Grande Pasqua che dura cinquanta giorni. Dopo il Lucernario segue la liturgia della Parola durante la quale vengono proposte nove letture, sette dall'Antico Testamento e due dal Nuovo.

Un tempo, durante la veglia pasquale si celebravano i sacramenti dell'iniziazione, battesimo, cresima ed eucaristia, che introducevano il catecumeno nella Chiesa. Oggi ancora si raccomanda, se è possibile, di celebrare il battesimo durante la veglia per sottolinearne il carattere pasquale. Ma prima della celebrazione del battesimo viene benedetta l'acqua, portata successivamente alla fonte battesimale.

L'Ufficio per la Settimana Santa della liturgia preconciliare spiegava:

«Egli la divide in forma di croce perché dalla passione e morte di Gesù Cristo ha la sua virtù; la tocca con la mano per discacciarne il demonio; fa tre croci sopra il Fonte per indicare che nel battesimo concorre tutta la Santissima Trinità, come intervenne in quello del Cristo; divide nuovamente e spande l'acqua verso le quattro parti del mondo perché fu comandato agli apostoli di andare per tutto il mondo a predicarvi la fede e a conferire il battesimo; aspira sopra di essa tre volte in modo di croce per esprimere la Trinità; v'immerge il Cero tre volte acciocché lo Spirito Santo vi discenda con la pienezza della sua grazia, e lo alza per significare come la grazia di questo sacramento solleva l'anima dal peccato alla gloria; soffia l'acqua tre volte per denotare la venuta dello Spirito Santo, dato pure agli apostoli dal divino Maestro col soffiare sopra di essi; e finalmente vi infonde l'olio dei Catecumeni e il Crisma, simboli l'uno dell'umanità e l'altro della divinità di Gesù Cristo, e ve li mescola insieme per significare l'unione di Lui col popolo cristiano per mezzo del Battesimo».

Oggi il rito è semplificato ma anche impoverito: il sacerdote si limita a benedire l'acqua e a immergervi il Cero pasquale una o tre volte dicendo: «Discenda, Padre, in quest'acqua, per opera del tuo Figlio la potenza dello Spirito Santo...».

L'acqua è uno dei simboli fondamentali dell'esperienza religiosa non solo biblica, ma di tutta l'umanità. Le acque infatti, praticamente in tutte le culture, figurano la fonte e l'origine dell'esistenza.

Anche nell'Antico Testamento le acque avevano la stessa funzione. «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati» dice il Signore tramite il profeta Ezechiele: «io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli: vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi».

L'immersione nell'acqua (baptismós, in greco) è il rito di purificazione che Giovanni compie sulle rive del Giordano e al quale si sottopone il Cristo che dirà poi a Nicodemo: «In verità, in verità, ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio».

L'acqua simboleggia anche l'efficacia del sangue redentore del Cristo paragonato a un'acqua che lava. Tertulliano osservava che l'acqua è la sede dello Spirito divino; ad essa fu ordinato all'inizio dei tempi di produrre tutti gli esseri viventi: «Ogni acqua naturale acquista dunque, grazie all'antica prerogativa di cui fu onorata all'origine, la virtù santificante del sacramento, purché Dio sia invocato a tal fine».

Per questi motivi il battesimo è profondamente pasquale: sia perché nasce dal sacrificio della Croce e della Resurrezione, sia perché esso stesso è un «passaggio». Dopo la solenne benedizione dell'acqua i battezzandi con la candela in mano ricevono il sacramento; i catecumeni adulti vengono poi confermati dal vescovo o, in sua assenza, dal sacerdote.

Non sempre nella veglia pasquale si amministra il battesimo, ma sempre si svolge la rinnovazione delle promesse battesimali di tutti i fedeli che stanno in piedi con la candela in mano.

La veglia si conclude con la messa pasquale cui seguirà al mattino quella della domenica della Resurrezione.


martedì 13 ottobre 2020

ROSH HASHANAH NON E' UNA FESTA BIBLICA

 "Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno" (Es. 12.2).

Questo testo si riferisce al primo mese del calendario ebraico, quello che in teoria dovrebbe essere Rosh HaShanah (= capodanno). Tuttavia, Dio pronunciò queste parole mentre stava preparando il suo giudizio sull'Egitto, sette mesi prima della data in cui oggi si celebra Rosh HaShanah. Per ben due volte nello stesso verso Dio ripeté il comando, per assicurarsi che non ci fossero equivoci sul momento in cui doveva iniziare il nuovo anno. Eppure oggi il popolo ebraico (e purtroppo molti gentili) festeggiano l'inizio del nuovo anno il primo giorno del settimo mese. Ma come si è arrivati a celebrate il nuovo anno il primo giorno del settimo mese? Il comandamento riguardante l'inizio del nuovo anno è stato forse successivamente cambiato da Dio?

Eppure Dio pensò che fosse abbastanza importante precisare a Mosè e ad Aaronne quale fosse l’inizio dell’anno mentre si preparava a mandare l’ultima piaga sull'Egitto, prima di liberare il suo popolo dalla schiavitù. Per essere sicuri di capire correttamente cosa è successo, esamineremo le Scritture per vedere se Dio ha apportato modifiche alla Torah in un secondo tempo rispetto al calendario biblico stabilito in Esodo.

I tempi stabiliti da Dio

"L'Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo: Parla ai figli d'Israele e di' loro: Ecco le solennità dell'Eterno, che voi bandirete come sante convocazioni. Le mie solennità sono queste" (Lev. 23:1,2).

Il passaggio in Levitico 23 prosegue dicendo che "... Il settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, una commemorazione fatta a suon di tromba, una santa convocazione" (Lev. 23:24). Il primo giorno del settimo mese è noto in ebraico come Yom Teruah ("giorno del grido/rumore"). È anche conosciuto come il giorno delle Trombe, o come Zikkaron Teruah ("ricordo del forte rumore") o come Yom Ha-Zikkaron ("giorno del ricordo"). La maggior parte della gente, tuttavia, conosce il primo giorno del settimo mese con il nome di Rosh HaShanah, che significa "capo dell'anno", cioè il nuovo anno: rosh significa "testa/capo", ha è l’articolo "il" e shanah significa "anno" - il capo dell'anno.


Per comprendere meglio, diamo uno sguardo al significato di alcune parole di Es. 12.2:

"Questo mese sarà per voi il primo dei mesi: sarà per voi il primo dei mesi dell'anno" (Es. 12.2).


primo; Ebraico: rosh - Testa o inizio, in questo caso in riferimento a un determinato periodo di tempo.

mese; Ebraico: chodesh - Designa la prima falce di luna crescente, la luna nuova, il primo giorno del mese.

primo; Ebraico: rishon – primo di un determinato periodo di tempo.

anno; Ebraico: shanah - Anno


Quindi, quel particolare mese (chodesh) è l'inizio (rosh) dei mesi, facendolo essere "il capo dell'anno", cioè il vero Rosh HaShanah. Non ci sono dubbi sul fatto che il biblico Rosh HaShanah - l'inizio dell'anno, cioè il capodanno - è il primo giorno del mese in cui cade la Pasqua e non il primo giorno del settimo mese. È importante notare, inoltre, che Dio non ha mai designato il primo giorno dell'anno come celebrazione. In effetti, il termine letterale Rosh HaShanah non compare mai nelle Scritture tranne che in Ezech. 40:1, "principio dell'anno", e non è usato per descrivere uno dei tempi stabiliti da Dio, ma semplicemente come il primo giorno del primo mese che fu in seguito chiamato Nisan. Non stava parlando del primo giorno del settimo mese, in seguito chiamato Tishri, la data dell'attuale Rosh Hashanah. Quindi, in che modo il popolo ebraico è arrivato a celebrare una festa non biblica (capodanno) il primo giorno del settimo mese? (Sebbene il primo giorno del settimo mese è uno dei tempi stabiliti da Dio, esso non è chiamato capo dell'anno).


Il significato di Yom Teruah

Fermiamoci un attimo a considerare Yom Teruah, il primo giorno del settimo mese. Questo giorno è una perplessità per molti, perché è l'unico giorno santo il cui vero scopo non è rivelato nella Torah, la quale afferma:

"Parla ai figli d'Israele, e di' loro: Il settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne, una commemorazione fatta a suon di tromba, una santa convocazione. Non farete alcuna opera servile, e offrirete all'Eterno dei sacrifici mediante il fuoco" (Lev. 23:24,25).


L'unica altra menzione della celebrazione è in Num. 29:1-6, in riferimento alle offerte da fare quel giorno. Questo tempo è solitamente associato al suono della tromba, ma la parola ebraica teruah significa fare un forte rumore, come un forte grido di allarme, di guerra o anche di gioia (mentre la parola yom significa giorno). La stessa parola viene usata in Gios. 6:5, dove viene generalmente tradotto come "grande grido". C'è anche il suono del corno di montone quando il popolo di Israele si radunò ai piedi del monte Sinai (Es. 19:13,16,19). Quindi, mentre la parola teruah può significare un rumore forte come quello di una tromba o di uno shofar, può anche significare un rumore forte prodotto da un grido per radunare il popolo. E sebbene la Torah non dia un chiaro significato al vero scopo del giorno, dice cosa si doveva fare in quel giorno.


Le radici di Rosh HaShanah

Ma questo ancora non risponde al perché il primo giorno del settimo mese divenne capodanno. Sappiamo, tuttavia, come è diventato capodanno. Sembra che i rabbini che vivevano nella diaspora dopo la cattività di Babilonia, furono quelli che cambiarono l'inizio dell'anno biblico con il giorno di Yom Teruah. Il termine Rosh HaShanah compare per la prima volta nella Mishnah, un codice di diritto ebraico redatto nel 200 dC; eppure diverse volte Dio ordinò che la Torah non venisse mai cambiata, in alcun modo:

"Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando, e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandamenti dell'Eterno Iddio vostro che io vi prescrivo" (Deut. 4:2)

"Metterete in pratica le mie prescrizioni e osserverete le mie leggi, per conformarvi ad esse. Io sono l'Eterno, l'Iddio vostro" (Lev. 18:4; vedi anche Deut. 28:14; Gios. 1:7).

È sempre nella diaspora che furono apportati altri cambiamenti al calendario biblico. Uno di questi fu l'identificazione dei mesi con i nomi presi dal calendario babilonese. I rabbini non hanno mai nascosto da dove provenissero i nomi dei mesi: "I nomi dei mesi sono venuti con loro da Babilonia" (Talmud Gerusalemme, Rosh Hashanah 1:2 56d). E sebbene i mesi del calendario ebraico hanno ora dei nomi, la Scrittura usa termini diversi: "il primo mese" (Gen. 8.13; Lev. 23:5); "il secondo mese" (1Cron. 27:4); "il quinto mese" (2Re 25:8); e "il settimo mese" (Num. 29:1). Nel calendario biblico anche i giorni non hanno nomi; per essi si usa: "primo giorno" (Gen. 1:5), "secondo giorno" (Gen. 1:8), "terzo giorno" (Gen. 1:13), ecc.

Moshe ben Nachman ("Nachmanide", detto il "Ramban"), un dotto rabbino del XIII secolo, spagnolo, scrisse un commento su Es. 12:2, spiegando perché sono stati presi i nomi dei mesi del calendario babilonese e sostituiti a quelli dati da Dio. Rabbi Nachman era d'accordo sul fatto che il verso dell’Esodo indicava il primo vero mese, e che tutti i mesi dovevano essere contati a partire da quello. Il suo ragionamento era che così facendo il popolo avrebbe ricordato quello che lui chiama "il Grande Miracolo", cioè la liberazione di Israele dall'Egitto. Ma poi afferma che i rabbini dissero che i nomi dei mesi sono venuti con loro da Babilonia, e così avrebbero ricordato che erano stati lì (in Babilonia) e che Dio li portò fuori da lì, e citò la profezia di Ger. 16:14,15:

"Perciò, ecco, i giorni vengono, dice l'Eterno, che non si dirà più: L'Eterno è vivente, egli che trasse i figli d'Israele fuori del paese d'Egitto, ma: L'Eterno è vivente, egli che ha tratto i figli d'Israele fuori del paese del settentrione e di tutti gli altri paesi nei quali egli li aveva cacciati; e io li ricondurrò nel loro paese, che avevo dato ai loro padri"


Lo strano ragionamento di Rabbi Nachman è che cambiando i nomi dei mesi - dati loro da Dio – con i nomi delle divinità pagane adorate nelle nazioni dove Dio aveva mandato il popolo che si era allontanato da Lui (Ger. 16:11), avrebbero onorato la liberazione da Babilonia, in maniera simile alla liberazione dall'Egitto. Ma anche se la liberazione di Israele dal "paese del settentrione e di tutti gli altri paesi nei quali egli li aveva cacciati" è sicuramente una grande azione, il ragionamento da fare è ben diverso dalla liberazione dall'Egitto. In Egitto, gli israeliti erano schiavi non per colpa loro. Ma essi erano a Babilonia perché avevano abbandonato Dio e sono andati dietro ad altri dèi (Ger. 16:10-13). E anche se Dio li ha liberati da Babilonia, non ha detto a Israele di fare qualcosa di speciale per ricordarlo. E perché mai avrebbe dovuto? Fu un periodo di vergogna per Israele.

L'atto di mandare Israele in esilio fu una punizione, con la promessa del loro ritorno. Dovevano tornare dopo settant'anni (Ger. 29:10-14), ma molti preferirono rimanere in esilio.

Diamo ora uno sguardo ad alcuni dei nomi dei mesi che "sono venuti con loro da Babilonia" e con cui hanno scelto di rinominare i mesi del calendario biblico:

Sivan: il dio della luna Sin.

Tammuz: la divinità pagana Tammuz, il coniuge della dea Ishtar. Ogni anno Tammuz moriva e poi veniva risuscitato da Ishtar. Dio chiamò il culto di Tammuz "grande abominazione"; le donne ebree in Israele adoravano questa divinità all'ingresso della porta nord del Tempio (Ezech. 8:13,14).

Elul: la dea babilonese di questo mese era Ishtar, chiamata anche Astarte che era una delle divinità pagane adorate dal re Salomone (1Re 11:5), motivo per cui il regno d’Israele fu diviso. Ishtar è anche conosciuta come la "regina del cielo" (Ger. 7:18; 44:18-19). Elia si schierò contro i profeti di Astarte "che mangiano alla mensa di Izebel" (1Re 18:19).

Tishri: il dio babilonese per questo mese era Shamash, il dio sole del pantheon babilonese e il dio della giustizia. Il nome Tishri deriva dalla parola accadica tishritu - "inizio". Inoltre, i babilonesi prendevano molto sul serio le loro celebrazioni per il capodanno. Chiamavano la festa Resh Shattim, l'equivalente accadico dell'ebraico Rosh Hashanah. Si celebrava due volte l'anno, all'inizio di Tishri e all'inizio di Nisan, e durava 12 giorni.

Cheshvan: il dio babilonese per questo mese era Marduk, associato all'acqua, alla vegetazione, al giudizio e alla magia. Era il dio prediletto del re Nabucodonosor, con il quale chiamò suo figlio: Evilmerodac ("Avel-Marduk", che in babilonese significa "uomo di Marduk") (2Re 25:27).

Kislev: il dio babilonese per questo mese era Nergal, menzionato in 2Re 17:30.


Conclusione

Ritorniamo alla nostra domanda originaria:

Dio cambiò la data del nuovo anno?

No, è chiaro che questi cambiamenti sono stati fatti dagli uomini e non da Dio.

In conclusione, Rosh Hashanah, una delle feste più importanti del giudaismo non è biblica, non esiste biblicamente un giorno festivo chiamato Rosh HaShanah, e di certo non è il primo giorno del settimo mese. Il primo giorno dell'anno biblico, dato a Israele da Dio, è nel primo mese, quattordici giorni prima della Pasqua (Pesach). Anche se tecnicamente quel giorno è "Capodanno", non è mai stato chiamato così da Dio. Rosh Hashanah non è dunque una festa biblica, anche se sostituisce quella biblica, ed è notevolmente diversa dalla festa che ha sostituito. Yom Teruah aveva uno scopo completamente diverso dall’attuale Rosh Hashanah.

Fu solo durante l'esilio babilonese che i giudei accettarono il concetto babilonese secondo cui l'anno inizia in autunno, e nel primo giorno del settimo mese inizia il nuovo anno.

Pur non essendoci nessuna necessità di collegare l'inizio dell'anno civile con la data della creazione, i giudei hanno iniziato a credere che il mondo sia stato creato il primo giorno di Tishri. La Bibbia non parla della data in cui il mondo è stato creato.

Yom Teruah è stato scelto come giorno speciale da annunciare al popolo al suon di tromba a motivo del numero sette. Sette era un numero importante, anche per i pagani. Gli ebrei consideravano particolarmente importante il sette perché ricordava il Dio creatore, i sei giorni creativi più il settimo di riposo. È il numero che imprime perfezione e completezza a tutto ciò che è in relazione con esso. Riguardo al tempo, esso ci parla del Sabato, e delimita la settimana di sette giorni, l’anno sabbatico, e l’anno del giubileo. Ci parla di un eterno e sicuro Sabato che rimane per il popolo di Dio in tutta la sua perpetua perfezione.

L'invenzione di Rosh Hashanah e di tutte le sue pratiche, compresa l'idea che questo era il giorno in cui gli ebrei dovevano pentirsi, venne solo in seguito.

Nessuna delle pratiche associate oggi con Rosh Hashanah è biblica. I dieci giorni da Rosh Hashanah a Yom Kippur, furono istituiti dai rabbini come i dieci giorni durante i quali gli ebrei dovrebbero ricordare ed esaminare le loro azioni passate. È ovvio che si dovrebbe pensare ai propri errori in ogni momento e rimediarli immediatamente, e non una volta l’anno. Tuttavia, molte culture, come quella degli ebrei, riconoscono che molti non riescono a farlo, e allora ricordano alla gente di verificare il proprio comportamento all'inizio di un nuovo anno. Ma questo è qualcosa di post-biblico.

Possiamo postulare che gli ebrei abbiano assorbito la loro venerazione per il capodanno dall'esempio babilonese, ma questo non è stato immediatamente evidente al loro ritorno - i rituali ebraici si sono sviluppati nel corso del tempo.

Non è chiaro quando Rosh Hashanah cominciò a essere celebrata. Tutto quello che possiamo dire con certezza è che i libri scritti durante il periodo intertestamentario, come per esempio il Libro dei Giubilei e il Libro dei Maccabei, o i Rotoli del Mar Morto, non menzionano mai "Rosh Hashanah". Nella letteratura di Qumran è sempre Nisan il nuovo anno.

Se ne sente parlare per la prima volta nella letteratura rabbinica della Mishnah e Tosefta, entrambe redatte nel III sec. dC, ed entrambe hanno un trattato chiamato Rosh Hashanah, che si occupa della festa e delle questioni relative al calendario. È in questi testi che si elabora l'importanza della festa e delle sue tradizioni, tra cui la regalità di Dio, che è mutuata dall'Akitu babilonese dove la regalità era un tema principale.

In altre parole, il "Capodanno ebraico" è il risultato delle esperienze degli ebrei immigrati nella società babilonese e della mescolanza di tradizioni ebraiche e babilonesi.


domenica 11 ottobre 2020

PRETI E RABBINI

 Un prete dice al suo amico rabbino:

- Ho scoperto un modo per mangiare gratis!
- Fantastico! Dimmi come hai fatto?
- Vado a un grande ristorante in centro, sul tardi verso le tre, ordino diversi piatti e dopo prendo altro tempo per il caffè
 aspettando la chiusura.

A quel punto arriva il cameriere che mi chiede di pagare e io puntualmente gli rispondo: ho pagato al tuo collega che è già andato via... Sai funziona perché ho scoperto che i due non si parlano ....
– Geniale - esclama il rabbino. - Voglio provarci domani con te!
L'indomani stessa scena mega abbuffata da parte del prete e del rabbino. Ormai prossimi alla chiusura arriva uno dei 2 camerieri e chiede se può farsi pagare.
Il prete gli risponde:
- Mi dispiace abbiamo già pagato a quel tuo collega che ha già finito di lavorare!
E il rabbino aggiunge:
- E stiamo ancora aspettando 23 euro di resto che non abbiamo ricevuto...... 3 ovviamente sono di mancia.

LA SETTIMANA SANTA NELLA LITURGIA CRISTIANA

  

La Settimana Santa nella liturgia cristiana

Al centro delle celebrazioni pasquali si pone la grande e santa Settimana compresa fra la domenica delle Palme e quella della Resurrezione: la prima prelude alla seconda, vertice del triduo pasquale, e dunque di tutta la liturgia cristiana.

La Settimana Santa è nata a Gerusalemme nei primi secoli per rivivere gli avvenimenti della Passione, e poi si è sviluppata in Occidente con caratteristiche diverse, tant'è vero che oggi l'analogia si riduce alla processione delle Palme e all'adorazione della Croce al venerdì santo. Se vi fu dunque imitazione, questa fu soprattutto nello spirito.

Sulla Settimana Santa a Gerusalemme possediamo una descrizione molto particolareggiata di una monaca occidentale, Egeria, che si recò in pellegrinaggio in Palestina intorno all'anno 400. Le celebrazioni cominciavano il sabato, vigilia delle Palme, quando i fedeli si recavano al Lazarium, la chiesa di Betania che ricordava la resurrezione di Lazzaro. La domenica mattina si saliva al Martirium, la chiesa della Passione sul Golgota; e al pomeriggio prima al monte degli Ulivi, poi all'Eleona, la grotta dove Gesù ammaestrava i suoi discepoli e, ancora più in alto, all'Imbomon, la chiesa dell'Ascensione, dove veniva letto il passo del vangelo sull'ingresso del Signore a Gerusalemme.

A questo punto, narra la monaca, «il popolo tutto cammina davanti al vescovo al canto di inni e antifone, rispondendo sempre Benedetto Colui che viene nel nome del Signore...; tutti recano in mano rami di palma o di olivo, e così si accompagna il vescovo nel modo in cui il Signore venne scortato quel giorno. Dall'alto della montagna fino alla città, e da lì fino all'Anastasis [chiesa della Resurrezione], attraversando la città tutti percorrono la lunga strada a piedi».

Così è nata la processione delle Palme che si diffuse prima in Oriente e poi in Europa cominciando dalla Spagna e dalla Gallia, mentre Roma l'avrebbe adottata più tardi. Il martedì, dopo una riunione nell'Anastasis, il popolo cristiano si recava all'Eleona per ascoltare il vescovo che vi leggeva il passo di Matteo (24:4): «Gesù rispose: "Guardate che nessuno v'inganni; molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono il Cristo; e trarranno molti in inganno..."».

Il mercoledì il vescovo leggeva nell'Anastasis il passo evangelico del tradimento di Giuda. Il giovedì santo, dopo alcune riunioni e due messe all'Anastasis, al Martirium e alla Croce, ci si ritrovava la sera, dopo cena, all'Eleona e si trascorreva la notte sul monte degli Ulivi commemorando gli ultimi discorsi di Gesù e la sua agonia.

Ridiscesi in processione al luogo in cui si ricordava l'arresto del Cristo, i fedeli rientravano infine in città quando stava albeggiando per poi recarsi alla Croce dove si leggeva il processo di Gesù davanti a Pilato. Era assente qualsiasi rievocazione dell'Ultima Cena né si svolgevano, come a Roma, la riconciliazione dei penitenti e la benedizione degli olii santi.

Il venerdì si trascorreva nell'adorazione della reliquia della Croce, che tutti andavano a baciare sotto la sorveglianza del vescovo e dei diaconi, per poi recarsi nel pomeriggio nell'atrio tra la Croce e l'Anastasis dove si tenevano lunghissime letture dai vari vangeli tra pianti e lamentazioni. Infine ci si recava al Martirium e all'Anastasis dove veniva letto il passo sulla sepoltura del Signore.

Il sabato invece veniva celebrato come in Occidente, sicché la pellegrina si limita a osservare: «Le vigilie pasquali si celebrano come da noi».

La sera della domenica di Resurrezione era prevista una stazione al Cenacolo per ricordare l'apparizione di Gesù agli apostoli; e già si celebrava anche un'ottava con stazioni diverse ogni giorno, riunendosi la domenica successiva nel Cenacolo di Sion per commemorare l'apparizione del giorno ottavo alla presenza dell'incredulo san Tommaso.

A Roma la Settimana Santa giungerà verso il secolo V con riunioni e messe multiple. L'ottava invece apparirà soltanto nel secolo VI con stazioni, ovvero celebrazioni solenni in varie basiliche: non era però una vera ottava perché finiva al sabato in albis, quando si festeggiava al Laterano, insieme con i nuovi battezzati vestiti per l'ultima volta con i loro abiti bianchi, l'ottava dell'illuminazione della notte pasquale. Quel sabato chiudeva allora la Pasqua: per questo motivo era detto clausum Paschae. Soltanto nel secolo VII sarebbe nata la domenica ottava post albas, dopo le vesti bianche.

Ma torniamo all'attuale liturgia: la domenica delle Palme e della Passione di Gesù, è il primo gradino della Settimana Santa. Ispirandosi al racconto di Giovanni, i primi cristiani vi ricordavano l'ingresso del Cristo in Gerusalemme sulla groppa dell'asinello mentre la folla lo plaudiva agitando rami di palma. I Greci chiamavano la palma phoînix, come l'uccello paradisiaco, la Fenice, che rinasceva miracolosamente dalle proprie ceneri e si nutriva di perle e incenso: pianta solare per eccellenza con le foglie simili a raggi, era simbolo del divino nel suo splendore e anche emblema della Vittoria, che i Romani chiamavano dea Palmaris. Sicché con i rami agitati festosamente la folla acclamava Gesù Messia e re di Israele, giunto a liberare il suo popolo: eppure in quel gesto esprimeva inconsapevolmente il profetico simbolo della vera sua vittoria nella Resurrezione e Ascensione.

Nelle catacombe cristiane vi sono epigrafi sepolcrali, lastre di marmo e affreschi che narrano dei martiri: su di essi è inciso un ramo di palma che spesso è unito al monogramma del Cristo per indicare coloro che hanno riportato la vittoria spirituale morendo per la fede: nuove fenici rinate dalle loro ceneri grazie alla comunione con la Fenice, con il Cristo, ovvero rami della Palma celeste.

Nella commemorazione dell'ingresso del Signore a Gerusalemme, la palma viene sostituita spesso da rami d'olivo, sebbene essi non siano esplicitamente nominati nel racconto evangelico. Tuttavia la presenza di questa pianta non è illegittima: Matteo e Marco, narrando l'ingresso a Gerusalemme, non accennano, come Giovanni, alle palme ma narrano che la folla aveva tagliato rami dagli alberi e li aveva stesi sulla via al passaggio di Cristo. Potevano essere anche rami di olivo; il quale fin dall'Antico Testamento aveva alluso alla Pasqua nell'episodio della colomba che aveva portato a Noè il ramo d'olivo dopo il Diluvio Universale: testimonianza della vita che rinasceva sulla terra, pegno della riconciliazione fra il Signore e gli uomini, e dunque profeticamente simbolo della futura venuta del Cristo.

Si formò nel corso del medioevo una leggenda secondo la quale sulla tomba di Adamo era nato un olivo da cui la colomba avrebbe staccato il ramoscello per Noè e più tardi sarebbe stato tagliato il legno per la Croce. Ma la Croce è simbolicamente il Cristo stesso, sicché l'olivo trasformato nella Croce allude al Salvatore come Albero Cosmico, Asse del Mondo che collega cielo, terra e inferi.

Per questo motivo alla domenica delle Palme si usa portare nelle case un ramo d'olivo benedetto laddove non è possibile procurarsi un ramo di palma. Il simbolo fu adottato dai pittori senesi, come Simone Martini o Taddeo di Bartolo, che nelle loro «Annunciazioni» raffiguravano l'angelo con un ramo d'olivo invece che con il consueto giglio: quel rametto era l'annuncio della nascita di Cristo-Olivo.

Originariamente l'ingresso a Gerusalemme veniva ricordato con la benedizione delle palme o dei rami d'olivo in una cappella fuori della città, dove poi si entrava in processione: si portavano solennemente i Vangeli come rappresentazione del Cristo, oppure la Croce ornata o l'Eucaristia in una pisside; oppure, specialmente in Spagna - l'immagine del Salvatore sopra un asinello, che era simbolo allo stesso tempo di regalità e di umiltà, allusione sia al trionfo del Cristo nel suo ingresso nella città perché l'animale era considerato in Oriente cavalcatura dei re e dei sommi sacerdoti - sia alla sua suprema umiliazione, la Crocifissione.

Oggi la commemorazione può svolgersi, secondo le circostanze, in due modi. Il primo è la processione: all'ora stabilita, mentre suonano le campane, i fedeli si riuniscono nella chiesa succursale o in altro luogo che si trovi fuori della chiesa verso la quale si dirigerà la processione. Tutti portano in mano rami di palma o d'olivo. A loro volta il celebrante e i ministri con il diacono, preceduti dal turiferario, dal crocifero e dai ceroferari, raggiungono i fedeli. E dopo il canto dell'antifona «Osanna al Figlio di Davide» e una breve esortazione, il sacerdote a mani giunte invita alla preghiera e quindi asperge i rami con l'acqua benedetta che il ministrante gli porge tenendo aperto davanti a lui il messale.

Letto il vangelo dell'ingresso del Signore, si forma la processione verso la chiesa d'arrivo dove si celebrerà la messa durante la quale verrà letto il racconto della Passione di uno dei tre vangeli sinottici.

Se non è possibile la processione fuori della chiesa, si celebra l'entrata del Signore al suo interno con un ingresso solenne prima della messa principale. Il celebrante, con un ramo di palma o d'olivo in mano, seguito dai ministri e da una rappresentanza dei fedeli, anch'essi possibilmente con rametti di palma o d'olivo, si reca o all'entrata della chiesa o in un luogo al suo interno, fuori del presbiterio. Dopo il canto dell'antifona si benedicono i rami e si proclama il vangelo dell'ingresso del Signore in Gerusalemme. Quindi il sacerdote con i ministri, seguiti da un gruppetto di fedeli, si reca processionalmente al presbiterio.

Così s'inizia la Settimana Santa che prosegue con il lunedì, il martedì, il mercoledì e la prima parte del giovedì santo: ultimo tratto del cammino quaresimale durante il quale si adora il Santissimo Sacramento e ci si accosta al sacramento della riconciliazione.








mercoledì 23 settembre 2020

L'O.N.U.

 

Non vi è stata alcuna potenza mondiale dopo la caduta dell'impero romano. Ora, il meccanismo per un nuovo governo mondiale anti-Dio è stato istituito nella forma delle Nazioni Unite.

I nuovi Cesari del mondo del denaro, del potere industriale, economico e politico, sono i banchieri internazionali, i veri creatori di uno strumento per il potere mondiale.

Le Nazioni Unite, con sede a New York, sono un'assemblea senza Dio. Il suo unico emblema religioso è la statua nuda dell'uomo che trasforma la spada in vomere, ma in realtà è Vulcano (o Efesto in greco), il dio della metallurgia, figlio di Zeus e di Hera, il Tubalkain biblico (Gen. 4:22).


È molto interessante la leggenda greca che vede Efesto concepito solo da sua madre Hera senza il concorso di Zeus (una sorta di nascita verginale ad imitazione di quella di Gesù Cristo). Appena lo vide, Hera lo lanciò dall'Olimpo facendolo cadere giù, causando in lui una deformità e non fu riconosciuto come dio, ma grazie a uno stratagemma riusci a farsi riconoscere come dio.

Lo sviluppo del governo mondiale di "Babilonia"

Nella Bibbia, la parola Babilonia è usata per simboleggiare tutto ciò che è osceno e pagano. Le maledizioni su Babilonia di Isaia 13-14 e Geremia 50-51 non si riferiscono solo all'impero babilonese dei tempi antichi, ma anche a una futura potenza mondiale dei tempi della fine.

In Apocalisse leggiamo: "I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l'altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco" (Apoc. 17:10) Cinque regni erano caduti: Egitto, Assiria, Babilonia, Medo-Persia, Grecia. Roma era allora al potere. Un altro regno deve ancora venire. Babilonia cavalca (agisce per mezzo di) una bestia con dieci corna, che sono dieci re che regneranno per breve tempo - "un'ora". La prostituta "regna su tutti i re della terra" (Apoc. 17:18) e ha il controllo del commercio e dell'industria (Apoc. 18:11).

Le parole dell'Apocalisse contro Babilonia, dopo oltre 600 anni dalla caduta dell'impero babilonese, devono necessariamente riferirsi a un futuro governo mondiale controllato da un regime dalla mentalità di prostituta babilonese, anti-Dio e anti-cristico.

Le dieci parti componenti questo governo mondiale che fanno guerra all'Agnello, come riportato in Apoc. 17:12-14, così come la profezia dell'anti-Cristo satanico, corrispondono alla profezia di Dan. 7:24.

Così Geremia descrive gli eventi finali:

"Ora, quando avrai finito di leggere questo rotolo, vi legherai una pietra e lo getterai in mezzo all'Eufrate dicendo: Così affonderà Babilonia e non risorgerà più dalla sventura che io le farò piombare addosso. Fin qui le parole di Geremia" (Ger. 51:63,64).


E l'Apocalisse, dopo aver profetizzato la caduta della potenza mondiale babilonese anticristica gestita da uomini ricchi, dice:

"Un angelo possente prese allora una pietra grande come una mola, e la gettò nel mare esclamando:

Con la stessa violenza sarà precipitata Babilonia, la grande città e più non riapparirà … Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra; perché tutte le nazioni dalle tue malìe furon sedotte" (Apoc. 18:21,23).

Isaia, nel 712 a.C., predisse la caduta della potenza mondiale babilonese con parole simili a quelle dell'Apocalisse. La donna malvagia babilonese deve cadere "nonostante la moltitudine delle tue magie, la forza dei tuoi molti scongiuri" (Is. 47:9).

Quindi l'ultimo verso, sulla prostituta babilonese:

"In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra" (Apoc. 18:24).

In Matteo 23, quando Gesù Cristo si trovò di fronte ai farisei faccia a faccia, disse:

" e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri! Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra ..." (Mat. 23:31-35).

Il regno "messianico" ebraico

Sebbene una parte della comunità ebraica cerchi un "Signore della Guerra" che metta gli ebrei sul trono del mondo, la visione di maggioranza dell'ebraismo è che il popolo ebraico è egli stesso il Messia e dunque ha il diritto di essere collettivamente il regno "messianico". 

Un passaggio del Talmud recita:

"Un Min [cristiano] ha detto a Rabbi Abbahu: 'Quando verrà il Messia?' Ha risposto: 'Quando l'oscurità copre quel popolo' - Alludendo all'interrogante e ai suoi compagni".

Per quanto riguarda "l'oscurità":

“Il gallo ha detto al pipistrello: 'Attendo con ansia la luce, perché ho la vista; ma a che serve la luce a te"?

E tutto questo è spiegato:

"Quindi Israele dovrebbe sperare nella redenzione, perché sarà un giorno di luce, ma perché i gentili dovrebbero sperare, dato che per loro sarà un giorno di oscurità?" (Sanedrin 98b-99a).

Il Talmud delinea il posto da dare ai non farisei (chiamati "Cananei") in questo mondo "messianico" del futuro. Gli ebrei sepolti in Israele saranno "risuscitati" e i non farisei avranno il loro posto "come persone che sono come asini - schiavi considerati proprietà del padrone". Un versetto biblico su Abramo che sale sul monte Moriah e dice ai suoi servi di "rimanere con l'asino" e che sarebbe tornato da loro (Gen. 22:5), viene interpretato nel senso che i non ebrei sono "asini - schiavi considerati proprietà del padrone" (Sanedrin 44b-45a).






martedì 15 settembre 2020

GALATI E LEGGE DI MOSE'


Galati 6:15 Poiché tanto la circoncisione che l'incirconcisione non sono nulla; quel che importa è l'essere una nuova creatura.

Di fronte alla croce e alla vita nuova, tutte le grandi differenze religiose, circoncisione, incirconcisione, sono niente, sono indifferenti, perché la vera differenza sta nel fatto che diventiamo uomini nuovi attraverso l'amore di Dio rivelato sulla croce; quindi la vera differenza è in questa creatura nuova.

Le cose che appartengono al mondo vecchio hanno perso tutto il loro valore e la loro importanza. Per mezzo del battesimo si ha la nuova creazione in Cristo (Gal. 3:27,28), nel quale le antiche vie di salvezza dell’umanità non hanno più valore alcuno. Quindi non ha più senso vantarsi di esse. L’unico oggetto di vanto legittimo ora è soltanto la croce di Gesù, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso, ossia è morto.

Di fronte alla croce di Cristo, che valore può avere, per la salvezza dell’uomo, il fatto di portare o no una piccola mutilazione corporale? Assolutamente nessuno. È una delle cose del mondo che per il credente sono morte. Ciò che importa è «l’essere una nuova creatura». Essere nati di nuovo, partecipare alla natura divina, vivere non più io, ma Cristo in me, essere riconciliati con Dio mediante il sangue della croce, ecco ciò che conta.

Nel nuovo ordine dì cose stabilito da Gesù Cristo, non ha alcun valore l'essere circonciso o incirconciso, perché queste distinzioni appartengono a quel mondo a cui i battezzati sono morti; l'unica cosa che ha valore è la nuova creazione, ossia l'elevazione dell'uomo allo stato di grazia, per cui è divenuto figlio adottivo di Dio ed erede del cielo. Allora tutte le altre differenze sono indifferenti; perciò il vero problema è un altro: siamo o non siamo uomini nuovi che vivono secondo lo Spirito?

Dalla croce, Gesù ha fatto sorgere una nuova creazione. La legge di Mosè è parte dell’antica creazione. Si affannino altri in inutili lotte e disquisizioni riguardo alla necessità o meno della circoncisione. Noi di Cristo siamo creature nuove: un altro è il nostro vanto.

Galati 6:16 E su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull'Israele di Dio.

Paolo chiama regola il vantarsi della croce e l’essere creatura nuova generata dalla croce. La parola greca è kanon, «canone», cioè il regolo o la squadra che serve per tirare le linee dritte; la croce è la squadra, è la norma, è il criterio che ci serve per andare dritti, cioè la croce è il criterio di verità della vita cristiana, perché nella croce c’é la verità di Dio che mi ama infinitamente, ed è da questa verità che deriva tutto il resto, che divento uomo nuovo, uomo libero, uomo che conosce Dio, uomo che sa comportarsi di conseguenza; quindi è proprio questo il canone della vita.

"E su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia". Paolo invoca la pace, lo shalom, la benedizione messianica, cioè un profondo senso della riconciliazione con Dio, e misericordia, che cancella i falli, colma le lacune, conforta nelle necessità. La nostra pace viene dalla croce di Cristo, da lì ci viene ogni bene, Dio ci ha dato sé stesso, non può darci di più. E c’è pace su quelli che lo accettano.

I destinatari di questa promessa non sono solo i Galati, ma l’Israele di Dio, cioè i figli spirituali di Abrahamo che sono gli eredi delle promesse di Dio.

L'Israele di Dio, per opposizione all'Israele secondo la carne, è la Chiesa, che ha vita per la fede in Cristo, un popolo composto da credenti in Cristo, da circoncisi nel cuore, in grado di offrire il loro culto a Dio per mezzo dello Spirito, che si vantano in Cristo Gesù e non mettono la loro fiducia nella carne.

L’Israele secondo la carne, invece, si stava palesando sempre più avverso al vangelo e nemico della croce di Cristo. Altrove Paolo dirà: "non i figli della carne sono figli di Dio: ma i figli della promessa sono considerati come progenie" (Rom. 9:8), "poiché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci gloriamo in Cristo Gesù, e non ci confidiamo nella carne" (Fil. 3:3).

Paolo è molto secco in questa lettera perché gli preme di dire delle cose molto precise: sono l’essenza del vangelo, l’essenza della vita cristiana che era in pericolo presso i Galati a causa dei giudaizzanti, non era come presso altre comunità dove non era in pericolo l’essenza della vita cristiana; qui, invece, è in gioco proprio il nocciolo della vita cristiana e, allora, ci tiene a riaffermarlo con forza. Peraltro, che la croce sia il canone della nostra vita e che da questo canone derivi la pace è interessante, perché, allora, quando c’è inquietudine in noi è perché non seguiamo questo canone.

lunedì 14 settembre 2020

LA BOMBA ATOMICA


Nagasaki e Hiroshima erano le due città in cui vivevano i cattolici del Giappone; quindi, le prime due bombe atomiche degli Stati Uniti furono sganciate su queste due città, per uccidere la quasi totalità dei cattolici del Giappone! Questo fu un messaggio chiaro per Pio XII. E come si potevano realizzare gli obiettivi finali del piano Rothschild di “spopolare la terra” e “cancellare il vero nome di Dio dal lessico della vita”, con l'ostacolo di una Chiesa Cattolica che non rinunciava alla sua dottrina millenaria? La minaccia dell'uso della bomba atomica era l'arma di persuasione per incanalare la Chiesa cattolica verso il tradimento di Cristo e verso la sua completa rovina.

Herbert G. Wells, nel suo libro “Crux Ansata” propugnava apertamente la distruzione del Vaticano: «Perché non bombardiamo Roma? … Un bombardamento totale della capitale italiana sembra non solo auspicabile ma necessario».

Nel 1945, il conflitto armato in Europa era giunto al termine, ma le tattiche d'intimidazione violenta, esercitate dai nemici della Chiesa contro il Papa, non si fermarono con la fine della guerra. Molti fatti indicano che, già dal 1949, i poteri secolari tentavano di intimidire Papa Pio XII con la minaccia di una bomba nucleare sul Vaticano per forzare un cambiamento nell'insegnamento della Chiesa che ostacolava l'agenda dell'emergente Governo mondiale dell'Anticristo.

Avro Manhattan, lanciò una minaccia pubblica contro il papa: «La Chiesa cattolica s'intromette negli affari dei corpi politici (…). Le bombe atomiche, che in pochi secondi hanno spazzato Hiroshima e Nagasaki dalla faccia della terra (…) dovrebbero essere un monito per tutte quelle forze che si occupano del futuro dell'umanità (…). La Chiesa cattolica dovrebbe fare attenzione a questo avvertimento e, tenendo il passo con lo spirito del XX secolo, dovrebbe cercare di seguire una nuova strada».

Alice B. Bailey, l'ex alta sacerdotessa di quello che oggi è conosciuto come il “New Age”, nel 1957, un anno prima della morte di papa Pio XII, descrisse, senza mezzi termini, come le potenze mondiali hanno cercato di terrorizzare segretamente la Chiesa con le armi nucleari.

E questo serviva ad aprire la strada ad una “ONU” delle religioni mondiali come ingrediente necessario per favorire il “Nuovo Governo Mondiale”.